16 dicembre 2017

«“La stagione dell’amore” di Claudia Monteiro de Castro», di Cinzia Baldazzi




A volte, leggendo opere di poesia, dinanzi all’invocare un «nulla che sia pieno del tutto», in particolar misura se l’invito è ramificato in un’intelaiatura di regole formali e logiche alternative, vengo tentata a scoprirne l’incentivo ideale, il motivo urgente. Sono spinta a indagare perché esso è capace – evitando di sostare nella fantasia all’ombra di un sogno, sia pure dilatato nello spazio e nel tempo – di piegare l’ars dell’autore a utilizzare un metalinguaggio poetico, operativo e tangibile, offrendo, sia pure nel breve intervallo di strofe, un nucleo intuitivo inerente alla vita in atto, e dunque a noi: insomma, una sorta di perché del versificare esistenziale ed energico, onnipresente.

In «Ti racconto un segreto», scrive Claudia Monteiro de Castro:

Di una cosa sono sicura
ci sono ancora i poeti
a vagabondare per il mondo.

Condivido, da tanta esperienza, tale certezza e, interpretando la silloge La stagione dell’amore (Palombi Editore, Modena 2017) di questa poetessa nata a Rio de Janeiro e residente a Roma da oltre un quindicennio, ho avvertito quanto la sua prospettiva nasconda, in realtà, nella trama semiologica intessuta, un profondo mosaico di pertinenze, niente affatto legato alla τύχη (týchē) greca, cioè al caso. Come presume la nostra autrice, magari, in giro vagano cantori «mascherati, / in borghese»: per comprenderli meglio, o decifrarne il cuore del messaggio, per riconoscerli tra molti, sarebbe opportuno camminare piano e, con uno sguardo scrupoloso, osservarli.

Ma a quale motivazione o incentivo alludo? Alla tensione diffusa di affrontare le parole – mentre «inseguono», «volano», «aleggiano» – per mezzo di significanti-significati immersi in un target artistico in modo responsabile e a termine: non complici dell’erroneo principio che l’individualità possieda una chiave esplicativa di ampiezza universale (suggerisce Claudia: «L’inchiostro sgorga / seducente: le pagine vuote / si arrendono / innocenti»), piuttosto inclini a rovesciare il simbolismo scontato e onnisciente in una lingua quotidiana, legittimata dall’uso. Una simile oggettività è stata edificata collettivamente da paradigmi di vocabolo e contenuto, ricchi di spiritualità e virtù coerenti, per un lato tipiche dell’umanità nella storia, nei millenni, per l’altro caratteristiche del concetto in sé dell’arte, dove il locus delle metafore è chiarito da solo, generando ed essendo generato.

In «Cammino a via Camozzi» si legge:

A tutto ci si abitua:
all’allegria, alla tristezza,
al vizio, all’astinenza,
alle parole fiacche,
ai giorni opachi,
[…]
Non trarre in inganno,
però,
l’immobilità delle cose.
Anche le rocce si muovono.

Per la Monteiro de Castro, ogni fenomeno o mera sembianza è da catturare nella perpetua differenza, scortati in una dinamica orientata a frantumarli, non annullandoli: l’autrice ne ricava una ratifica della loro saldezza proprio nell’essenza suscitata, antagonista di sicurezze categoriali limitative. In conclusione:

E basta poco:
sfiorarsi,
annusarsi.
Basta un passo
e di colpo
si capovolge
tutto.

Cogliendo un costrutto così plasmato, scaturisce immediato il quesito del perché l’ambito del conscio, non mirando a consacrare un criterio normativo di apprendimento e sintesi, pure sia ritenuto la fonte peculiare sulla quale gli scrittori possano persistere: con la reale conoscenza imperniata su intuizioni, nella poetica della Monteiro l’eventualità di continuare a nutrire opinioni non sviluppate su un simile percepire, si configura spontanea come un giudizio da scartare.

11 dicembre 2017

«Colletti, Foucault e il marxismo» di Luciano Albanese


Diego Rivera, Zucchero di canna. 1931.

A prima vista affrontare il tema dei rapporti tra Colletti e Foucault potrebbe sembrare tempo perso. Foucault non è ancora stato pubblicato interamente, ma per quello che ho potuto leggere finora il nome di Colletti non sembra comparire nelle sue opere. In Colletti compare, ma solo due volte. La prima citazione è in Pagine di filosofia e politica (Colletti 1989, p. 125), ripresa letteralmente in Fine della filosofia e altri saggi (Colletti 1996, p. 36), e non ha il minimo rilievo. La seconda è in Tra marxismo e no (Colletti 1979, pp. 61-2), ed è più interessante, anche se molto breve. Colletti infatti individua nello strutturalismo francese, in particolare Michel Foucault, la fonte della concezione della scienza (della storia come scienza) di Althusser. In realtà la concezione della storia e della scienza di Michel Foucault, come ha dimostrato Paul Veyne, è molto più complessa di quella strutturalista e di quella di Althusser, e lo stesso Foucault ha sempre preso le distanze dallo strutturalismo. Quello che sembra emergere dalla seconda citazione, in ogni caso, è una sottovalutazione di Foucault da parte di Colletti, e uno scarso interesse per la sua opera.

Forse si potrebbe anche parlare di ostilità: Foucault era tra gli intellettuali firmatari del Manifesto contro la repressione del luglio ’77, ed appoggiò pubblicamente il Movimento studentesco dello stesso anno. Ma Colletti era stato una delle ‘vittime’ di questo stesso movimento, che all’apertura dell’Anno accademico gli aveva impedito ripetutamente di fare lezione, costringendolo a procurarsi un insegnamento nella più tranquilla Svizzera. E conoscendo il carattere passionale di Colletti, difficile non pensare che in questo palese disinteresse interagissero anche motivi personali.

L’ostilità del Movimento studentesco del ’77 nei confronti di Colletti – a voler essere generosi – si legava alle polemiche suscitate in Italia dalla pubblicazione dell’Intervista politico-filosofica e dell’accluso saggio Marxismo e dialettica, usciti nel dicembre del 1974 presso Laterza. Tanto a destra quanto a sinistra si era data immediatamente una lettura politica dell’opera. A destra Colletti era stato esaltato come una sorta di Paolo a Damasco, che finalmente aveva visto la luce e aveva rotto col marxismo, il vaso di Pandora di tutti i mali. Dal canto suo la sinistra, in particolare quella legata al PCI, era partita a testa bassa, accusando Colletti di ‘tradimento’ e innescando un effetto domino che sfocerà nell’aperta ostilità verso Colletti degli studenti del Movimento del ’77. Se si pensa che Colletti e La Sinistra, il mensile da lui diretto, erano stati uno dei punti di riferimento del Movimento studentesco del ’68, questo improvviso voltafaccia della sinistra, ancora oggi, non può non suscitare perplessità.

28 novembre 2017

«Recensione di "Envoi Gramsci. Cultura, filosofia, umanismo" (a cura di Neil Novello)» di Luciano Albanese



La recente pubblicazione della raccolta di saggi su Antonio Gramsci curata da Neil Novello, Envoi Gramsci. Cultura,filosofia, umanismo (Campanotto ed., Pasian di Prato 2017, pp. 174), cade in un momento particolarmente appropriato, il centenario della Rivoluzione d’ottobre. Infatti sarebbe difficile spiegare il pensiero di Gramsci e la sua evoluzione senza fare riferimento a questo evento. Come ricorda Michele Maggi nel suo contributo, la rivoluzione bolscevica venne definita da Gramsci, nel celebre articolo dell’Avanti! del 24 novembre del ’17, una «rivoluzione contro il Capitale». Gramsci aveva ragioni da vendere, perché la rivoluzione comunista era scoppiata dove meno il marxismo se lo sarebbe aspettato, vale a dire non in un paese di avanzato sviluppo capitalistico, come l’Inghilterra, la Francia, la Germania o anche gli Stati Uniti, ma in un paese costituito in maggioranza da contadini, e con poche sacche di capitalismo ancora agli albori dello sviluppo. Ciò rappresentò un forte argomento per tutti coloro, compreso il ‘rinnegato’ Kautsky (secondo la colorita espressione di Lenin), che pensavano che la rivoluzione si sarebbe dovuta arrestare alla fase democratico-borghese, cioè a Kerenskij, e (eventualmente) aspettare tempi più opportuni per decollare.

Ma Gramsci non era disposto a gettare la spugna. Da questa rivoluzione contro il Capitale egli trasse la dottrina e la forza che gli fecero pensare che la rivoluzione comunista non era una ‘missione impossibile’, né in paesi arretrati – come era ancora sotto molti aspetti l’Italia – né in paesi altamente sviluppati, come la Germania, dove era stata soffocata nel sangue. La prima e più importante ‘vittima’ della rivoluzione contro il marxismo ortodosso operata da Gramsci fu – come dimostrò Bobbio in un celebre intervento – il concetto di ‘società civile’. Si tratta di un nodo centrale del pensiero di Marx e Engels. Engels, nello scritto del 1885 «Per la storia della Lega dei Comunisti» è molto esplicito su questo punto: «Non lo Stato condiziona e regola la società civile, ma la società civile condiziona e regola lo Stato [e] dunque la politica e la sua storia devono essere spiegate sulla base dei loro rapporti economici e del loro sviluppo, e non viceversa».

Come si capisce, nella visione di Engels e Marx la società civile è il luogo della lotta fra capitale e lavoro salariato, e quindi – tradotta in un linguaggio approssimativo, che Marx ha usato di rado, e che richiederebbe molte precisazioni – appartiene all’ordine della ‘struttura’ (del modo di produzione capitalistico). Ma Gramsci capovolge questo caposaldo dottrinale, perché in lui la società civile appartiene all’ordine della ‘sovrastruttura’, e quindi all’ordine delle idee, della cultura, della filosofia, anziché a quello dell’economia politica. Emerge bene qui la distanza di Gramsci sia dai bolscevichi – ai quali pure deve lo stimolo a uscire dalla camicia di forza del marxismo ortodosso – che dalla corrente di sinistra della II Internazionale (divenuta poi III Internazionale).

19 novembre 2017

«Vanda Shrenger Weiss, la prima psicoanalista in Italia. Intervista a Rita Corsa» di Doriano Fasoli



Medico chirurgo, specialista in psichiatra, psicoanalista, Rita Corsa è membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Già professore a contratto di Clinica psichiatrica all'Università degli Studi di Milano (dal 1996 al 2003) e all'Università di Milano-Bicocca (dal 2004 al 2012), è collaboratrice dell'Osservatorio Nazionale sulla Violenza Domestica, presso l'Università di Verona. Ha diretto servizi psichiatrici pubblici e si è occupata di formazione del personale psicologico e psichiatrico (dal 1987 al 2008). Ha scritto oltre 110 articoli su riviste specialistiche nazionali ed estere, occupandosi in particolare di storia della psichiatria, di patologia grave in adolescenza, di patologia mentale correlata all’identità di genere e di questioni d’interesse psichiatrico e criminologico. Su questi temi ha scritto inoltre diversi capitoli in volumi collettivi (Cedam, 1999, 2006 e 2013; Utet, 2005; ONVD, 2010, 2012 e 2013). Nel 2004 ha curato il libro Il dolore psicotico nella donna depressa (Pacini). Si è occupata di consenso informato in psichiatria e, insieme a medici legali e a giuristi, del diritto a non soffrire in medicina, intervenendo con alcuni saggi in libri e trattati collettanei (Cedam, 2004 e 2005; Utet, 2006 e 2009). In ambito psicoanalitico, s’interessa specialmente di storia della psicoanalisi, del rapporto mente/corpo, del transgenerazionale somatico e della psicoanalisi applicata all’arte. Su questi argomenti ha pubblicato numerosi capitoli in testi collettanei (tra i più recenti: Carocci, 2004; Editoriale Lloyd, 2004; Moretti & Vitali, 2006; Franco Angeli, 2006; Vivarium, 2008; ETS, 2008, 2011, 2012 e 2013; Felici, 2010; Alpes, 2014). Nel 2012 ha redatto la voce «Luciana Nissim» per il Dizionario biografico degli italiani (Treccani). Nel 2011 ha scritto la monografia Se la cura si ammala. La caducità dell’analista (Kolbe). Nel 2012 ha curato, insieme a Gabbriellini, il volume Corpo, generazioni e destino (Borla). Nel 2013 ha scritto il libro Edoardo Weiss a Trieste con Freud. Alle origini della psicoanalisi italiana (Alpes) e successivamente, presso lo stesso editore, ha pubblicato il volume realizzato con Monterosa, Limite è speranza. Lo psicoanalista ferito e i suoi orizzonti. Vive e lavora tra Bergamo e Milano.

Doriano Fasoli: Dottoressa Corsa, ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, in occasione della stampa di Limite è Speranza. Lo psicoanalista ferito e i suoi orizzonti, scritto con Lucia Monterosa, dove provavi a destreggiarti nel ginepraio di emozioni che invade la stanza d’analisi quando il terapeuta si ammala. Si trattava di un saggio di carattere essenzialmente clinico, mentre oggi ci presenti un volume di tutt’altro tenore. Come nasce il tuo libro storico, Vanda Shrenger Weiss. La prima psicoanalista in Italia, appena pubblicato ancora dall’editore Alpes?

Rita Corsa: Come già ti accennavo, nutro una grande passione per l’indagine storica, centrata specialmente sull’epoca mitica dei precursori. Una passione che mi ha spinto a scandagliare gli archivi di mezzo mondo alla ricerca delle antiche impronte della mia disciplina, lasciate su documenti ingialliti e tarlati dal tempo e dalla memoria. Un’opera di paziente setaccio delle fonti. Il metodo che amo adottare nelle mie ricostruzioni storiche, infatti, è quello che si avvale dell’analisi di materiale archivistico originale, preferibilmente inedito, che poi cerco di interpretare.

Quali sono le criticità con cui lo storico della psicoanalisi si scontra?

La questione cruciale, che lo studioso di storia della psicoanalisi non può eludere, è che quest’ultima pare irriducibile a un modello storiografico basato esclusivamente sui testi, i diari, gli epistolari, i resoconti biografici. I soli documenti non dicono nulla sull’argomento principale della psicoanalisi, cioè i processi inconsci. Di converso, l’affidarsi esclusivamente all’archivio interno, al registro della memoria, trasforma la storiografia in una trasmissione orale di un mito, che finisce col trasfigurarsi in una sorta di mythologhein, del tutto svincolato dal fatto provato. La narrazione della nascita e dell’iniziale diffusione della scienza freudiana ha patito duramente del processo di rimodellamento dei ricordi in base a dinamismi inconsci del tutto arbitrari e non sostenuti da verifiche documentali. Il maneggiare vecchi fascicoli ammuffiti può, inevitabilmente, condurre l’investigatore a scovare qualche traccia di verità, capace di scalfire convinzioni radicate, di frantumare certezze considerate inalienabili. Per tutto ciò, l’esplorazione dell’epoca pionieristica della mia disciplina si è ben presto rivelata un’avventura entusiasmante, ricchissima di sorprese.

29 ottobre 2017

«Corpo e carattere. Conversazione con Adriana Bianchin» di Doriano Fasoli




Adriana Bianchin, laureata in Filosofia, allieva della Scuola in ABOF di Milano, dirige i propri studi sulla corporeità nel rapporto cultura-società, in particolare rispetto alla relazione corpo-mente. Ha pubblicato in questi giorni (per Mimesis) il volume Corpo e carattere. Il dramma del contatto a partire da Reich.

Doriano Fasoli: Bianchin, quando è nato il suo incontro con Wilhelm Reich? Perché il suo particolare interesse per questa figura?

Adriana Bianchin: Il mio incontro con Wilhelm Reich si può dire sia nato su di una bancherella di bric-à-brac, nel corso di una breve vacanza in montagna. Vi avevo scovato per caso il libro Genitalità, una delle sue opere giovanili: poiché non conoscevo ancora la figura di questo studioso, sono stata semplicemente incuriosita dal titolo. Nel leggere il testo, a tratti mi sono persino commossa, poiché mi son sentita profondamente compresa nella mia storia di persona che in passato aveva sofferto per i suoi conflitti di probabile natura nevrotica. In effetti, qualche tempo prima avevo sentito il bisogno di fare un po' d'ordine e chiarezza in me stessa, perciò ero entrata in analisi. Quasi contemporaneamente, proprio io che, da ragazza, mi ritenevo ‘allergica’ a ogni attività sportiva, preferendo di gran lunga i miei beneamati libri e alimentando, sin da allora, una certa naturale tendenza all'introspezione, ho avvertito forte lo spontaneo e inspiegabile bisogno di intraprendere un'attività corporea. Mi sono quindi rivolta allo Yoga, pensando forse a dei movimenti dolci e rilassanti che mi facessero magari fare poca fatica, salvo scoprire, nell'apparente staticità degli asana, ossia le diverse posture, un potentissimo mezzo di trasformazione con cui, in un certo senso, avevo trovato il modo di tradurre corporalmente gli aspetti problematici della mia stessa personalità, aspetti problematici che andavo dipanando con l'aiuto del mio valido analista.

Ho quindi proposto al mio maestro e mentore, Romano Màdera, una ricerca su di una figura che coniugasse lo studio di queste mie due fondamentali esperienze, individuandola in Alexander Lowen, notoriamente il padre della bioenergetica. È stato quindi Màdera a suggerirmi un confronto fra il lavoro di Lowen e quello del suo maestro Wilhelm Reich, ed è stata una gioia, per me, scoprire che si trattava proprio di quel Reich. Infine, come ho scritto nell'introduzione al mio libro Corpo e carattere. Il dramma del contatto a ripartire da Reich (Mimesis), è stato da subito giocoforza dover approfondire anche lo studio del pensiero freudiano, dal momento che, per comprendere davvero quello del suo dotato allievo, appunto Wilhelm Reich, è inevitabile conoscere abbastanza bene la psicoanalisi, di cui lo stesso Reich si è sempre considerato, e a ragione, l'unico vero continuatore.

Qual è l’attualità del suo pensiero?

Premesso che, proprio fra la generazione di coloro i quali hanno trascorso la loro giovinezza aprendosi alle idee reichiane, ho spesso osservato delle reazioni di scetticismo, quasi una sorta di déjà-vu più deluso che nostalgico, a me pare che il pensiero di Reich sia più attuale che mai per gli stessi motivi che ne hanno decretato l'ambiguità della sua trascorsa fama. Mi spiego meglio. A partire da una prima falsa evidenza circa la cosiddetta rivoluzione sessuale, e quindi la liberazione sessuale degli individui, quelle che soltanto una sessantina d'anni fa erano delle forti repressioni, e conseguenti rimozioni presenti nella nostra società, oggi pare siano del tutto scomparse, al punto da tramutarsi addirittura in comportamenti di segno opposto; se però ci interroghiamo profondamente circa la capacità reale di godere appieno delle nostre esistenze, di cui la sessualità, per lo stesso Reich, è soltanto uno degli aspetti, sebbene il più importante, dobbiamo constatare che il piacere di vivere non parrebbe poi così diffuso. Lo testimoniano i disordini alimentari e/o del sonno, l'insoddisfazione amorosa e lavorativa generalizzata, disturbi ritenuti in fondo comuni, e particolarmente legati allo stress, come ad esempio la gastrite e il famigerato binomio colesterolemia –pressione alta, atteggiamenti variamente depressivi, oppure larvatamente violenti, salvo venire allo scoperto quali fatti di cronaca. Un individuo che soffre di tali patologie, tutto sommato ritenute ancora nella ‘norma’, e comunque il minimo della pena per una vita appunto stressante come molte di quelle occidentali, non è che poi, nell'intimità, riesca magicamente a dare il meglio di sé.

12 ottobre 2017

«"Ulisse" polifonico. L'irriducibile dialogismo di James Joyce» di Nicola d'Ugo




Ulisse. James Joyce. Già pronunciare i due nomi mette paura! Ma poi diventa motivo di orgoglio. Un'opera letteraria cosí importante, cosí complessa… Complessa, sí: difficile da seguire forse non proprio. Difficile piuttosto da ultimarne la lettura. Ma a lettura finita... Non si ricomincia da capo: ciò che conclude illumina l'inizio, ci dice che Stephen Dedalus, giunto a pochi passi da Molly proprio a casa sua in Eccles Street, rinuncia ad incontrarla. Mentre forse era tutto lí quel che cercava: la poesia, il senso della vita, l'ombelico del mondo, il tempio d'Apollo a Delfi.

Strana poesia però, cosí sensuale, cosí carnale che, trattandosi di Molly, «[y]our head it simply swirls», «la testa te la fa proprio girar» (U 4.438), direbbe Bloom. Sí, ti fa proprio girar la testa: piú dionisiaca che apollinea, non fosse per quella casa che la ospita, punto fermo del lungo inconcludente andare a zonzo di Leopold. O forse non è cosí, sono solo impressioni che vengono a galla a me lettore, come nell'inizio di «Sirene»: frasi smozzicate, zampilli della memoria, rigurgiti della frase. I «frammenti […] puntellati contro le mie rovine» di T. S. Eliot, le «inutili macerie del tuo abisso» montaliane, le «cascatelle trattenute da un dito» di Zanzotto.

Che poi non è la stessa cosa. Parlare di correlativi oggettivi è troppo facile. È una nozione estetica, non una poetica e ancor meno un linguaggio. Se Montale lavora sull'esperienza individuale, Zanzotto fa giochi con gli oggetti, evocando scenari impraticabili ma suggestivi. Ed Eliot? Lui lavora con le voci, gli stili, le brusche interruzioni: almeno ne La terra desolata (1922). Testimonia di un soggetto frantumato: né soggetto sconsolato, né oggetto pervasivo.

Voci, stili, brusche interruzioni… sembra di essere nell'Ulisse. Ma l'Ulisse ha un sostrato comune, una storia che fa da sfondo, un filo continuo che porta da un luogo a un altro i personaggi. Di interruzioni ce ne son molte, ma i personaggi non si sognano di apparire dal nulla, di essere in due posti diversi allo stesso momento, di saltellare in avventure di tre secoli, salve le stramberie di «Circe», che sono tutto un altro paio di maniche. I personaggi stanno buoni buoni al posto loro: chi nella Torre, chi nell'Ormond Bar, chi a portare a spasso i bambini sulla spiaggia. La giornata è solo una, il 16 giugno 1904. Il luogo è Dublino e non un altro. Terra desolata? No, qui c'è un romanzo bell'e buono, fatto di fabula ed intreccio classici.

Quello che colpisce qualsiasi lettore di Ulisse sono tre caratteristiche: il velo d'oscurità che avvolge le situazioni, l'erudizione dell'autore e il cambiamento di stile in cui sono scritti gli episodi. Se c'è qualcosa che rende familiare un testo, nel prosieguo di una lettura lunga come l'Ulisse, è la chiave interpretativa. Incontrato uno stile, per quanto arduo sia, la buona volontà di chi legge può pacificarsi almeno in questo: di questo libro apprezzo il suono o le immagini o qualche idea sul mondo. Paul Valéry avrebbe seguito la serie: se il testo suona bene allora le immagini, se queste funzionano cerchiamone un senso. 

6 ottobre 2017

«La pratica del colloquio clinico. Un’intervista a Massimo Recalcati» di Doriano Fasoli



Massimo Recalcati, tra i più noti psicoanalisti in Italia, è membro analista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi e direttore dell’IRPA (Istituto di ricerca di psicoanalisi applicata). Insegna alle Università di Pavia e di Verona. Le sue numerose pubblicazioni sono tradotte in diverse lingue. Nelle edizioni Raffaello Cortina ha pubblicato con successo L’uomo senza inconscio (2010), Cosa resta del padre? (2011), Ritratti del desiderio (2012), Non è più comeprima (2014), oltre a due volumi su Jacques Lacan (2012 e 2016).

Doriano Fasoli: Perché hai deciso oggi di dare alle stampe (presso Raffaello Cortina) questo libro che raccoglie scritti giovanili: La pratica del colloquio clinico?

Massimo Recalcati: In realtà non si tratta di scritti ma di lezioni orali. Questo libro raccoglie un intero corso universitario che tenni ad Urbino nel 1999 presso la Facoltà di Psicologia. Il fatto che mi sia deciso solo oggi a pubblicarne una versione scritta, risultato di una operazione di sbobinatura fatta allora dai alcuni miei allievi, dipende da una piccola fortuna che non ha smesso di circondare quel corso. Era in quella Università il primo corso clinico che veniva dedicato a Lacan. Fu per me l’occasione – insegnando Teoria del colloquio clinico – di mettere alla prova della pratica la dottrina di Lacan. Di offrire agli studenti non tanto l’immagine di un Lacan teorico della struttura, del linguaggio, del soggetto, eccetera, ma quella di un Lacan clinico. Il successo immediato e imprevisto delle prime dispense del corso continuò stranamente negli anni. Non avevano la forma di un libro ma quella fatta in proprio tipica, appunto, delle dispense universitarie.  La loro piccola fortuna è che per tutti questi anni non hanno mai smesso di circolare di mano in mano. Al punto che mi sono deciso a trasformarle in un libro che omaggia quei formidabili anni… Il lettore troverà la mia voce che commenta la voce di Lacan. Si tratta di lezioni ricche di clinica, di esperienza, di casi che la passione di quegli anni riversava in aula come fosse un vento di primavera o un vino prelibato… Sarebbe davvero difficile raccontare quella atmosfera che si creava spontaneamente in ogni lezione. L’aula magna dei Collegi strapiena, gli studenti seduti ovunque, un silenzio assoluto, una fame collettiva di psicoanalisi… È stato per me molto emozionante essere per questi giovani studenti un ponte che li portava verso lo studio di Lacan. In fondo è per me, per quello che sono stato in quegli anni e anche per loro, per quei volti che non dimentico, che mi sono deciso dopo tutto questo tempo a non disperdere quella esperienza e di tradurla in un libro.

Quando avvenne il tuo incontro con il pensiero di Lacan e in che senso ti ha cambiato la vita?

Dopo la discussione della mia prima laurea in filosofia. Passai l’estate a Milano a leggere Lacan nella grande aula semideserta della Biblioteca Sormani. Lessi per primi gli Scritti. Una lettura difficile, direi impossibile. Ma sufficiente per causare il mio desiderio di sapere e il mio amore per Lacan. Gli Scritti sono un condensato densissimo del lavoro in miniatura che egli compie di anno in anno nei suoi Seminari. Imparai abbastanza presto che senza la conoscenza dei Seminari gli Scritti sono, se non proprio inaccessibili, almeno mutilati di una parte sotterranea che dà loro linfa. Ho già detto da qualche parte che la mia prima impressione leggendo Lacan fu quella di imbattermi in un muro. Solo più tardi ritrovai – nel Seminario XX – il suo neologismo che accosta il muro all’amore: amur. Di questo in effetti si trattò: il mio incontro con il testo di Lacan fu un incontro d’amore; dunque, come tale, destinato a lasciare un segno, a durare, a restare nel tempo. L’amore non è infatti, come ricorda Lacan stesso, attraverso Paul Éluard, il «duro desiderio di durare»? «Ancora» – encore – non è forse la sua parola fondamentale? Sono rimasto fedele a Lacan, al mio amore per Lacan in tutti questi anni, ma a mio modo. La fedeltà nell’amore non è mai la ripetizione monocorde di un’abitudine, di un linguaggio che diventa codice dispotico, dogmatico, autoritario, privo di pensiero. Uno dei grandi insegnamenti di Lacan è l’incoraggiamento all’eresia come forma radicale dell’eredità. «Fate come me, non imitatemi», usava dire ai suoi allievi più scolasticamente fedeli. Nel rapporto con l’insegnamento di Lacan era ed è in gioco per me il grande tema dell’eredità. Innanzitutto di quella freudiana. Lacan ne ha dato testimonianza: ereditare non significa vivere di rendita ma rischiare il proprio, riconquistare, fare nostra quella che è stata l’impresa di Freud. Per questo ai miei occhi nulla tradisce più il messaggio di Lacan della necrofilia dogmatica di alcune scuole che si rifanno al suo pensiero. Essere lacaniano per me non è una dichiarazione settaria di fede, ma l’esperienza, sempre rinnovata, di una fedeltà amorosa che sa durare nel tempo. Anche quando, come mi è accaduto negli ultimi anni, il mio lavoro mi ha portato su strade che Lacan non ha mai frequentato.

2 agosto 2017

«Samuel Beckett e il riso in “Aspettando Godot”» di Nicola d’Ugo



Il riso è una componente essenziale del primo teatro di Samuel Beckett, caratterizzato da situazioni umanamente catastrofiche, prive, quasi, di speranze e spiragli. Questo imbarazza il critico più che lo spettatore, il quale è chiamato a reagire in modo più incondizionato. Le gag di Aspettando Godot sono buffe, esilaranti, non v'è il minimo dubbio, costruite dall'autore irlandese con tecniche variegatissime, tese, appunto, a far ridere. Ma quando il nostro stesso riso abbia per oggetto personaggi con cui, attraverso gli espedienti che Beckett adotta, dovremmo immedesimarci, e quando questi personaggi vivano la loro condizione senza uno scampolo di speranza, allora il discorso sul riso si fa più arduo. Il riso diventa inquietante, per nulla finalizzato qual è a correggere i vizi secondo la celebre tesi di Henri Bergson, poiché qui sono saltate tutte le categorie del sociale che il riso dovrebbe emendare. Il dramma si pone piuttosto come testimonianza della condizione umana contemporanea, una condizione avvilente, di morte in vita, senza crescita interiore e sociale, sospesa per sempre in una sorta di limbo.

Questa lettura esistentiva di Beckett, in cui i clochards Estragon e Vladimir, protagonisti del dramma, rappresentano l'uomo per esteso, si oppone fortemente al riso. La grande letteratura modernista è fondata su continue contraddizioni, per cui non è in sé preoccupante osservare la dicotomia tra comicità ed elegia in Beckett. In fondo l’espressione «tragicomico» è impropria: nei drammi di Beckett in genere non si consuma alcuna tragedia. Aspettando Godot non è una tragedia, non perché vi sia comicità, ma perché la comicità non smette mai di esserci fino in fondo; e non vi è alcuna pena che i protagonisti debbano scontare a seguito di un loro risoluto comportamento. È la struttura tragica stessa a essere negata al dramma, fondata qual esso è non su agnizioni, peripezie, snodi e catastrofi, ma sulle incessanti gag. La catastrofe, se la si trova nel dramma, v'è stata prima del dramma stesso, mentre al suo interno risulta, con l'ingresso di Pozzo nel secondo atto, affatto parodica (WG 69): non tanto e non solo in quanto grottesca parodia del proprietario terriero decaduto e letteralmente caduto per terra, ma della tragedia stessa come genere.

Nella letteratura modernista, le contraddizioni, anche quelle apparentemente senza senso, hanno, se non un senso, almeno due o tre. Il riso di Beckett è la luce della speranza all'interno del dramma. Non una luce solare o divina, un invitante bagliore che faccia uscire i protagonisti del dramma dalla triste condizione umana in cui sono sprofondati, ma un'intermittente presenza luminosa che tenga sempre in contatto personaggi e spettatori. Qui quando si ride non è perché proviamo dileggio per la miseria altrui, ma perché in fondo qualsiasi situazione, anche la più sgradevole, è scongiurata dalla vis comica, da quest'emozione che se la ride delle situazioni e dei discorsi esistenziali. Il riso che suscita Beckett viene dal profondo, finanche commovendo, e ciò di cui si ride siamo noi stessi. Lo spettatore è invitato a liberarsi delle sventure di Estragon e Vladimir, in cui si rispecchia, in cui si immedesima.

20 giugno 2017

«Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Intervista con Antonino Ferro» di Doriano Fasoli



Antonino Ferro, full member dell’International Psychoanalytic Association, è stato presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI). Nel 2007 ha ricevuto il prestigioso premio internazionale Mary Sigourney Award. Ha pubblicato, fra gli altri, per i tipi Raffaele Cortina Tecnica e creatività (2006), Evitare le emozioni, vivere le emozioni (2007) e Le viscere della mente (2014), tutti tradotti in varie lingue.

Doriano Fasoli: Dottor Ferro, come nasce questo libro, Pensieri di uno psicoanalista irriverente, pubblicato in questi giorni da Raffaello Cortina?

Antonino Ferro: Questo libro nasce dall’incontro con un giovane analista, il dottor Luca Nicoli, che si è posto il problema di approfondire certi temi della psicoanalisi cercando di avere il massimo grado di sincerità nelle domande; intendo: senza camuffarsi dietro teorie o dietro qualcosa di prestabilito, precotto. Quindi nasce come tentativo di poter essere sinceri rispetto quello che è oggi la psicoanalisi, sia da un punto di vista teorico sia da un punto di vista della pratica clinica di ogni giorno.

A quale tipo di pubblico si rivolge?

Credo che questo libro abbia la fortuna di poter essere letto a diversi livelli, nel senso che il lettore più ingenuo troverà delle risposte a delle domande che probabilmente si è posto da un punto di vista più pratico di vari aspetti della terapia psicoanalitica. Il lettore, come dire, in qualche modo più informato, o addirittura il lettore del medesimo campo – intendo apprendisti analisti o analisti già formatati, – potrà cogliere anche delle sfumature per quanto riguarda aspetti critici oggi in psicoanalisi, punti di contradizione e modelli differenti con i quali ogni analista si trova quotidianamente a confrontarsi; e senza negare, anzi cercando di sottolineare, quelli che possono essere i punti di attrito, i punti di divergenza, sempre con lo sguardo aperto a ciò che ancora non sappiamo.

La psicoanalisi è stata sovente presa di mira, criticata, attaccata. Tra i suoi numerosi detrattori chi bisogna annoverare? I portabandiera delle terapie cognitivo-comportamentali, tanto per fare un esempio?

La psicoanalisi è stata molto criticata in vari momenti, in varie situazioni e in varie nazioni, ma ho l’impressione che da queste critiche ne sia sempre uscita rinforzata. Credo che queste critiche possano fare soltanto bene alla psicoanalisi per contribuire a metterla di più al passo con i tempi, aiutandola in quella che forse per la psicoanalisi è l’operazione più difficile, ovvero quella di rinnovarsi. Come analisti noi chiediamo al paziente di cambiare, cambiare, cambiare; e poi come analisti siamo sempre estremamente restii rispetto ad ogni forma di cambiamento, rispetto ad ogni cambiamento teorico, tecnico, rispetto ad ogni innovazione. Basta pensare alle analisi via Skype. Quindi direi che ben vengano le critiche, ma credo che la psicoanalisi continui a godere di ottima salute.

5 maggio 2017

«Ascoltare i bambini. Conversazione con Luigi Cancrini» di Doriano Fasoli


Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica e sistemica, ha fondato una tra le più importanti scuole italiane di psicoterapia, il Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, del quale è presidente. Dal 1998 è direttore scientifico del Centro di Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia e, dal 2009, delle comunità di Domus de Luna. In questa collana ha pubblicato La luna nel pozzo (1999), L’oceano borderline (2006) e La cura delle infanzie infelici (2013).

Doriano Fasoli: Dottor Cancrini, come si pone questo suo ultimo lavoro, Ascoltare i bambini (pubblicato in questi giorni da Raffaello Cortina), rispetto al precedente La cura delle infanzie infelici?

Luigi Cancrini: Ascoltare i bambini è il seguito naturale de La cura delle infanzie infelici. In quel primo libro avevo presentato una tipologia delle situazioni più gravi di maltrattamento: l'infanzia antisociale dei bambini gravemente trascurati, quella borderline dei bambini che soffrono soprattutto la discontinuità di figure parentali instabili, quella paranoidea dei bambini che vivono una condizione persecutoria e quella schizotipica dei bambini di cui si invade il pensiero. Nel secondo ho raccontato in dettaglio il percorso terapeutico seguito con cinque di questi bambini a Domus de Luna, una casa famiglia di Cagliari. 

Come è costruito il libro e su quali aspetti focalizza particolarmente la sua attenzione?

Il libro ha una struttura molto semplice. Nel primo capitolo si ragiona su quello che sappiamo in tema di sviluppo del piccolo bambino. Nei primi mesi e nei primi anni di vita. Con il contributo in particolare delle ricerche di Melanie Klein, di John Bowlby e di Donald D. Winnicott. Localizzare il tempo in cui le situazioni traumatiche rendono difficile la sua crescita è fondamentale, infatti, per capire il tipo di danno che esse determinano e mi ha permesso di distinguere con una certa precisione la psicopatologia di questi bambini da quello di bambini che vanno incontro a dei disturbi psicotici e da quelli che vanno incontro a dei disturbi di area più nevrotica. Nei cinque capitoli successivi si parla di Hillary, di Diego, di Ruggero, di Michele e di Pamela e del modo in cui con ciascuno di loro diversamente ha lavorato, con l'aiuto degli educatori e del supervisore, una psicoterapeuta straordinaria, Manuela Giglio, puntando sulla elaborazione dei traumi che ciascuno di loro ha vissuto. Nel capitolo finale si parla, infine, delle cose che da loro abbiamo imparato e della possibilità di confermare e di arricchire, ascoltandoli, le osservazioni teoriche da cui siamo partiti.

Chi si prende oggi cura dei bambini maltrattati?

I servizi che si prendono cura in modo adeguato dei bambini vittime di maltrattamento e abuso sono collegate al sistema dei servizi sociali e dei finanziamenti comunali invece che dei servizi sanitari e sono, anche per questo motivo, tremendamente povere di fondi e tremendamente poche.  Quello che dobbiamo dire con grande tristezza e con un po' di vergogna, infatti, è che la percentuale dei bambini maltrattati che non ricevono cure all'altezza delle loro sofferenze è sicuramente superiore al 90%. L'immagine che io uso nel testo, ragionando sulla divaricazione fra ciò che si dovrebbe-potrebbe fare e ciò che si fa, è quella dell'AIDS in Africa dove i bambini che potrebbero-dovrebbero essere curati continuano a morire perché i farmaci costano troppo. Con l'aggravante, per noi del mondo cosiddetto civile, in Italia come in Francia o negli USA o in Germania, di costi che sarebbero sicuramente compatibili con le possibilità che ci sono in tutti questi paesi. 

Quali sono stati i suoi principali modelli di pensiero per trattare questo tema?

Io ho ricevuto una formazione psicoanalitica ed ho avuto successivamente l'occasione straordinaria di lavorare con i più importanti terapeuti sistemici della famiglia nel tempo in cui Basaglia insegnava a noi tutti la necessità di lavorare politicamente nelle situazioni di sofferenza sociale. Il modello cui mi ispiro è influenzato da tutte queste esperienze. Le racchiude in sé.

Che cosa inducono nella mente di un bambino gli abusi e i maltrattamenti? A quale tipo di patologie egli va incontro?

Gli abusi ed i maltrattamenti producono prima di tutto un dolore immenso cui il bambino sopravvive con dei sintomi che sono risposte comprensibili alla situazione e con un arresto, totale o parziale, del suo sviluppo psichico. Le patologie che sono la conseguenza naturale di queste situazioni quando non si riesce ad intervenire per curarle sono i gravi disturbi di personalità dell'adolescente e dell'adulto: quelli che sono origine, a loro volta, di tanti altri disturbi, dalle tossicomanie ai comportamenti violenti, dalla criminalità a tanti sviluppi deliranti.