26 settembre 2018

«Paesaggi della cultura e trasmigrazione degli sguardi. Intrecci tra necessità rituale e libertà creatrice nell’arte dell’Estremo Oriente» di Giancarlo Micheli


Huīzōng, Piccione su ramo di pesco (1108).


La legge morale nella pelle del serpente


Qualcosa dissolve, a ritroso, nelle profondità della storia, si disfa in fondo ad uno sguardo che, nel tentativo di fissarsi ad un oggetto remoto, finisce per confonderne i contorni al nebbioso paesaggio che, poco fa, quando lo sguardo si levava appena e desideroso di sensibile corrispondenza, lo delimitava ancora entro una forma nitida e tersa.

Sulle antiche pitture vascolari della dinastia Shāng (1766-1122 a.C.) uno dei soggetti rappresentati con maggior frequenza è il demone tāotiè, una figura assai complessa, costruita unendo parti anatomiche di tori, tigri, arieti e serpenti. Della parola tāotiè si era andata perdendo la conoscenza del significato preciso a partire dal periodo feudale degli Stati Combattenti (403-221 a.C.) ed il concetto da essa designato già svaniva inesorabilmente nella cognizione dei cinesi delle dinastie Qín (221-206 a.C.) e Hàn (206 a.C.-220 d.C.), sotto le quali si compì l’unificazione dell’impero, che raggiunse allora un’estensione territoriale paragonabile a quella della attuale Repubblica popolare. Alla luce delle categorie dell’antropologia culturale il tāotiè viene oggi concepito quale simbolo della divinità della Terra, mutevole e caotica espressione delle forze originarie in essa contenute. Una tale definizione del simbolo del tāotiè, del resto, non può che riuscire per noi insoddisfacente, giacché esclude tutta una modalità essenziale di percezioni che ne rendevano vivo il senso all’umanità che lo frequentò da vicino. Lo scorgiamo pertanto attraverso una cortina di nebbie, alla quale è confuso non meno che allo sfondo da cui affiora in minimo rilievo, non meno che al paesaggio cui è unito da un vincolo tanto inestricabile quanto lieve, dove si agita appena, assomiglia alla radice di uno strano albero che, d’altronde, non ravvisiamo meglio di esso, anche perché ecco che, ora, già ci pare che il tāotiè si scuota, voglia sgusciar fuori da quella sua primitiva pelle, ci sembra che frema e strisci: è una serpe avvolta alle rocce di un declivio montuoso, una lasca che sguscia nell’acqua limacciosa di un fiume.

23 settembre 2018

«"L’orsacchiotto Carver e altri segreti" di Riccardo Duranti» di Nicola d'Ugo


Riccardo Duranti
L’orsacchiotto Carver e altri segreti
Ianieri Edizioni, Pescara 2015
144 pp.
€ 10,00
ISBN:  978-88-974-1759-0

L’orsacchiotto Carver e altri segreti è l’ultimo libro di Riccardo Duranti, poeta, narratore, traduttore, editore e per decenni docente di letteratura inglese alla Sapienza di Roma. Un gusto per le situazioni limite attraversa questa raccolta di racconti, e un gusto per l’avventura e l’ironia della vita. La raccolta comprende due racconti lunghi (delle vere e proprie novelle) e due brevi. Tutti sono caratterizzati dall’intensità tematica e dalla scrittura fluida e precisa, ed è stata per me una vera scoperta questo Duranti narratore, conoscendo il poeta, traduttore e docente.

La prima novella, «L’uomo che vedeva il vento», è narrata in prima persona dal protagonista italiano, il quale ricapitola la propria vita da bambino fino all’età adulta. Una storia avvincente e delicata, col protagonista che ha una facoltà percettiva ignota agli altri: vedere gli spostamenti dell’aria, dai grandi moti meteorologici ai più minuti sospiri. Incapace di comunicare agli altri il proprio mondo, si ritrova, fin da piccolo, in una sorta di isolamento intimo che lo ferisce, di persona necessariamente incompresa, finché prova a mettere a frutto le sue destrezze nell’agonismo aeronautico, risultandone fin troppo bravo da destar gelosia, cosa che lo ferisce oltremodo. Vaga poi per il mondo, sradicato anch’egli come l’aria, in cerca di una propria collocazione meno infelice. Finché in Irlanda coglie il senso del sospiro amoroso, dell’aria che avvolge come una luce l’intimità di due (forse) nostri connazionali, avendone una epifania proprio nel momento in cui la sua misantropia lo ha condotto sul ciglio di un’alta rupe per farla finita con la vita:

Era il loro modo di respirare, non proprio all’unisono, ma senza dubbio insieme, che mi aveva colpito e che disegnava attorno ai loro corpi modellati dal vento sull’orlo della scogliera una sorta di aura particolare. Ebbi la fulminea impressione di trovarmi di fronte, forse, quell’utopia di respiro profondo e armonioso che avevo a lungo e inutilmente cercato.

È quel calore, che la sua percezione coglie dell’amore altrui, a ribaltare il senso di tanti sospiri amorosi che egli ha imparato a vedere come strategie conflittuali tra le coppie. La minuta delicatezza con cui Duranti traccia con frasi amabili e senza idiosincrasie espressive la vicenda di quest’uomo, che altri non è che la figura del ‘diverso’, e in quanto tale anche quella dell’artista e scienziato ‘incompreso’ (benché l’autore non lo raffiguri, in quanto tale, esplicitamente), fa della novella un testo che ho amato leggere e rileggere, e che mi fa maggior chiarezza sulla straordinaria dote creativa e intellettuale di Duranti in quanto narratore.