31 dicembre 2021

«"Il Canto di Ulisse" di Dante» di Nicola d'Ugo

 


  

La conoscenza: la sua importanza e i suoi limiti

 

Dopo l'invettiva contro Firenze, inizia il vero e proprio tema del Canto XXVI dell’Inferno dantesco: la conoscenza, i suoi pericoli e i suoi limiti. Conoscere va bene, ma fino a un certo punto. Dio ha posto dei limiti all'uomo e tali limiti, per quanto estesi, non devono essere superati. Dante, lo sappiamo, è un poeta che ricerca il nuovo, ciò che non conosce. Ciò che è estraneo, la novità, porta al miglioramento dell'uomo. La sua prima opera si chiamava Vita nova, la vita che cambia, si rinnova, attraverso l'amore per Beatrice: di fronte alla novità non si guarda più con gli stessi occhi, ma con un sentimento e una «coscïenza» diversi. Anche la Commedia parla di cose nove, del tutto inaudite: il viaggio di Dante nel regno dei morti.


La conoscenza del nuovo («esperïenza» dirà Ulisse) è quindi fondamentale per il miglioramento della propria anima, per la sua nobilitazione. Nello Stilnovo, la nobilitazione dell'uomo avveniva attraverso l'esperienza, attraverso la donna gentile o angelicata, immagine in terra dello splendore divino. Dante riassume questo concetto nella formula «novo miracolo e gentile», in cui all’eccezionalità esteriore debba corrispondere un contenuto intimo virtuoso, nobile, «gentile» appunto (Vita nova, XXI, « Ne li occhi porta la mia donna Amore», v. 14). Come sappiamo dalla storia della Commedia, per raggiungere il bene bisogna passare attraverso il male e non solo rimanere in quello che consideriamo, a priori, il bene. Solo guardando il male in faccia, da vicino, possiamo riconoscere in noi i tratti del male, le implicazioni dei nostri pensieri, dei nostri gesti, delle nostre omissioni. Il male non è qualcosa che riguardi gli altri, ma se stessi: posso scorgere il male nell'altro, ma questo è molto meno importante dello scoprire il male in me stesso, poiché ciò che è fondamentale è sempre, per Dante, il bene e il male all'interno di sé.


La conoscenza svolge quindi un ruolo fondamentale nei riguardi della propria salvezza. In questo, il Canto di Ulisse trova la sua centralità, in quanto è emblematico di un modo sbagliato di concepire la conoscenza. Infatti, la conoscenza per Dante non si limita a una serie di nozioni: la conoscenza non è informazione, qualcosa di astratto, un insieme di dati relativi alla vita. La conoscenza è, innanzitutto, passione, è emozione, è desiderio. L'uomo raggiunge la conoscenza attraverso una forza emotiva che lo spinga verso ciò che è inusitato, che lo trascini verso la novità. L’uomo deve essere sensibile, quindi, a ciò che lo circonda, riconoscere in ciò che incontra l’eccezionalità della specie di sapere e perseguire il proprio percorso conoscitivo attraverso la selezione di ciò che entra in quel genere di conoscenza.


Il cammino impervio dell'inizio del Canto, con i personaggi che, anziché discendere, salgono per poi ancora discendere, indica quanto sia impervia la strada della conoscenza, ma, anche, quanto sia faticosa e pericolosa. Il desiderio di conoscenza di Dante, a un certo punto, diventa pericolosissimo: rischia di farlo precipitare nel fondo dell'Inferno. Questo è espresso attraverso un realismo basato sul corpo, che dà l'idea del trascinamento verso il basso, ma che, al di là del senso letterale, racchiude un significato allegorico:

 

Io stava sovra 'l ponte a veder surto,

sì che s'io non avessi un ronchion preso,

caduto sarei giù sanz'esser urto. (43-45)

 

Il realismo è reso con il protendersi del corpo, tipico delle persone curiose, che, non vedendo bene qualcosa di distante, facciano uno sforzo fisico, anche di pochi centimetri, per avvicinarsi. Naturalmente Dante, sporgendosi sull'abisso, non vede meglio di prima: la scena è incentrata appunto sul desiderio, che rende pericoloso l'abisso sotto di lui, non già sulla efficacia del proprio gesto, che, oltre a essere inutile, potrebbe risultare sconsiderato. Ma la passione è proprio così: sconsiderata. Allora va frenata, va accompagnata dalla «virtù» (22). E che questo sia necessario non è un'espressione moralistica del poeta rivolta agli altri, ma rivolta innanzitutto a se stesso, affinché la propria esperienza sia utile a sé e, una volta raccontata, possa essere utile agli altri, così come le anime, raccontando la propria esperienza, possano essere utili a Dante-personaggio. Dante spiega infatti che attraverso la paura (che, in quanto emozione, investe il corpo del personaggio, lo coinvolge fisicamente), che lui caratterizza come dolore, cioè una grande paura che si impossessi di lui, i danni della passione della conoscenza possono essere limitati. Una paura tanto intensa che può essere ricordata vividamente allo stesso modo in cui era stata vissuta dal poeta per la prima volta:

 

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,

e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;

sì che, se stella bona o miglior cosa

m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi. (19-24)

 

Dante precisa che, prima di incontrare Ulisse, era solito contenersi di meno («più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio»); e che il bene è qualcosa che gli sia stato dato, concesso, non qualcosa che si sia conquistato da sé («se stella bona o miglior cosa / m'ha dato 'l ben»). La conoscenza è quindi, oltre a un mezzo per migliorarsi, anche uno strumento molto delicato, in grado di distruggere il dono divino assegnato all'uomo.


La scena campagnola che segue questo passo si stacca sensibilmente dalla drammaticità del problema della conoscenza, quasi a liberarsi del dolore attraverso una situazione più serena. La scena campagnola è suggestiva, costruita attraverso un realismo vivido, che per un istante ci fa immaginare di essere fuori dalla tremenda realtà infernale, nel fresco sollievo di una serata estiva:

 

Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,

nel tempo che colui che 'l mondo schiara

la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede alla zanzara,

vede lucciole giù per la vallea,

forse colà dov'e' vendemmia e ara: (25-30)

 

Le frasi sono ora più distese, contenute nei singoli versi, per cui le spezzature del fraseggio e quelle dei versi seguono le stesse cesure, le stesse pause, mentre nei versi precedenti, quando Dante-narratore esprimeva il dolore che provava nel ripensare alla vicenda di Ulisse (19-24), il fraseggio si spezzava all'interno del verso («Allor mi dolsi», «e ora mi ridoglio») o ricadeva in quello successivo («se stella bona o miglior cosa / m'ha dato 'l ben», dove il soggetto o gruppo nominale è in un verso, mentre il verbo e il complemento o gruppo verbale è nel verso successivo). Il dolore è espresso quindi attraverso un'antitesi tra espressione grammaticale e metrica, mentre l'immagine bucolica è espressa attraverso una concordanza armonica tra struttura grammaticale e struttura metrica tesa a raffigurare un pensiero semplice, del tutto naturale, che sembri venire da sé senza che il cuore del poeta vi trovi qualcosa da opporre, qualcosa che lo disturbi. 


Ma appena Dante rivolge il pensiero alla tremenda realtà infernale, precisando che le apparenti lucciole sono fiamme che contengano dei dannati, di nuovo il verso non asseconda più la struttura grammaticale, per cui abbiamo una frase disposta su due versi («di tante fiamme tutta risplendea / l'ottava bolgia») e un'altra su mezzo verso («sì com'io m'accorsi»), ad esprimere la realtà dolorosa della visione (31-32). 


La rasserenante immagine campestre è posta lì da Dante (a intermezzo tra il pensiero del dolore della conoscenza senza limiti e l'incontro con Ulisse e Diomede) non solo per costruire un parallelismo visivo tra quello che Dante-personaggio vedeva nell'Inferno e quello che il lettore può vedere in vita sulla terra. La serenità delle lucciole suggerisce l'idea che anche le realtà più amene, più rasserenanti, più tranquille e più naturali possano contenere qualcosa di pericoloso per l'anima. L'insidia, il pericolo sono sulla terra, tra gli uomini, ben più che all'Inferno, dove i dannati non hanno la possibilità di perdersi, essendosi già perduti. 


Con l'immagine campestre Dante si rifà alla necessità di concordanza tra esteriorità e interiorità, tra corpo e anima, tipica dello Stilnovo, come quando Guido Cavalcanti, nel sonetto «Biltà di donna e di saccente core», indugia su un'elencazione in cui l'interiorità e l'esteriorità non solo delle persone, ma anche degli oggetti, debbano conformarsi: la donna, per esser gentile, deve esser bella, ma, anche, di un cuore sensibile in grado di conoscere, di fare esperienza; i cavalieri devono essere ben armati, ma, di necessità, anche virtuosi; le navi devono essere belle a vedersi, ma anche capaci di navigare agevolmente. Dante si rifà a tale concezione: dietro a una realtà piacevole, dilettevole e allettante può nascondersi la rovina dell'uomo, come verrà espresso nel sogno della sirena, il cui putrido ventre viene scoperto agli occhi di Dante che si risveglia disgustato dall'odore (Purgatorio XIX 19-33 e 52-63). Le immagini dilettevoli, se non siano anche gentili, se non contengano qualcosa di intimamente nobile, ingannano e si può essere traviati come Ulisse. Così, più avanti nel poema, canterà la sirena dantesca:

 

«Io son», cantava, «io son dolce serena, 

che' marinari in mezzo mar dismago; 

tanto son di piacere a sentir piena! 

Io volsi Ulisse del suo cammin vago 

al canto mio; e qual meco s'ausa, 

rado sen parte; sì tutto l'appago!». (Purg. XIX 19-24)

 

Nel canto di Ulisse c'è quindi un lungo preambolo al tema della conoscenza, ribadito, oltre che dallo stacco sulla realtà rurale contemporanea, attraverso un parallelismo biblico che sarebbe improprio, se non mirasse ad avvertire che ciò di cui si fa esperienza (le fiammelle infernali) non coincide con quello che sembra (la santa immagine del profeta Elia che ascende al cielo).

   

 

La pena

 

Il tema della conoscenza è poi sviluppato con la descrizione e la motivazione della pena dei consiglieri fraudolenti. Queste sono enunciate da Virgilio e non, come avviene in altri episodi, dai dannati stessi. Virgilio dice che Ulisse e Diomede sono in un'unica fiamma biforcuta (come la lingua del serpente), perché scontino insieme il male che hanno commesso insieme: si tratta di tre casi di inganno contro chi non si fidi, il più celebre dei quali è l'inganno del cavallo di Troia. In questi inganni a scapito di Achille, dei suoi congiunti e dei troiani, Ulisse e Diomede sono stati come la mente e il braccio, per cui l'ideatore Ulisse è più colpevole dell'esecutore Diomede, e, quindi, il primo è fasciato da una fiamma più grande.


Virgilio suggerisce a Dante di non parlare direttamente con i dannati, ma di farsi lui stesso da tramite, in quanto Ulisse e Diomede, essendo greci, potrebbero disdegnare di rivolgergli la parola. Questo è uno dei passi controversi del Canto, in quanto non si capisce bene se il motivo del disdegno consista nell'eventualità che possano ritenere barbaro un fiorentino, perché non capiscano la lingua di Dante o perché un personaggio che parli in una lingua contemporanea sia per loro ignoto e indegno di essere ascoltato. 


Va ricordato per inciso che, nel Canto IV dell'Inferno, Dante aveva elencato i più grandi poeti dell'umanità: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, oltre a Virgilio che gli fa da guida. Dante aveva chiosato l’elencazione dicendo di sé: «io fui sesto tra cotanto senno». I sommi poeti sono tutti, a eccezione di Dante, pagani. Dante è quindi il primo poeta cristiano che venga riconosciuto degno di far parte «de la loro schiera». Incontrandosi nel Limbo, in un primo momento i poeti classici ignorano il poeta toscano, per poi riconoscerne la grandezza, dopo che Virgilio li ha messi in parte dell'eccezionalità del suo viaggio nell'oltretomba («Da ch'ebber ragionato insieme alquanto», Inf. IV 97). Ulisse, invece, non sa nulla di Dante, in quanto questi, prima di scrivere la Commedia, non è altrettanto famoso, né lo è quello di alcun contemporaneo di Dante, mentre Virgilio è famosissimo. Inoltre, se i dannati hanno la facoltà di vedere il futuro, Ulisse dovrebbe conoscere la futura fama di Dante, ma potrebbe non riconoscerne le sembianze.


Fatto sta che Dante non parla ai due dannati, per cui, alla domanda rivolta a Ulisse da Virgilio (questi insiste sulla propria notorietà), l’eroe greco prende la parola, muovendo per tutto il canto la lingua di fuoco, «come fosse la lingua che parlasse» (89).


Che la lingua di Ulisse sia bruciata, o addirittura che possa essere ridotto lui stesso a una lingua bruciata, ben gli si attaglia, famosissimo qual è per la capacità di raccontare bugie di ogni genere. Dante ha letto le Metamorfosi di Ovidio e altre opere latine (non i poemi omerici), da cui sa che Ulisse è l'uomo più astuto del mondo classico. Inoltre, è il personaggio epico più eloquente in assoluto, capace di volgere in proprio favore qualsiasi discorso insidioso gli venga mosso. Le Metamorfosi introducono il personaggio di Ulisse a partire dal suo lungo discorso per ottenere le armi di Achille: le velenose accuse che Aiace gli rivolge sono smontate una a una, al punto che le argomentazioni del suo avversario si rivolgono a favore di Ulisse e della sua logica stringente (Ovidio, Met. XIII 1-381). Questa sua virtù retorica viene riproposta nel Canto XXVI della Commedia, quando il re di Itaca racconta, con un fraseggio che penetra nel cuore degli uomini, di aver convinto, con poche parole («orazion picciola»), i compagni a proseguire l’avventura marina, di fatto portandoli alla morte:

 

Li miei compagni fec'io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti; (121-123)

 

Ulisse che parla è una grande pira a cui non ci si possa accostare senza esserne bruciati: tale immagine esprime il distacco olimpico tra Dante e il personaggio. Ulisse è come un oracolo, una voce che riveli un sapere oscuro, perdutosi nella notte dei tempi. Dante usa l'espressione «fiamma antica», che indica appunto la vetustà di Ulisse, la sua antichissima vecchiaia, ma, anche, la sua passione, implicita nella parola «fiamma», quasi che Dante dicesse che a parlare è la passione antica, una passione che si era sopita per più di due millenni. Dante è solito esprimersi con queste convergenze polisemiche, come quando, nel Canto successivo, Guido da Montefeltro, supplicando Dante di fermarsi presso di lui, farà riecheggiare nel significato letterale di «ardo», relativo alla propria pena, anche l’appassionato desiderio implicito nella preghiera rivolta al poeta. Nel Canto di Ulisse il significato metaforico del fuoco è ripreso nella parola «ardore» del verso 97, con cui si intende, appunto, ‘passione’, ma che, alla luce del destino di Ulisse (la sua perenne condanna a bruciare nel fuoco), finisce per esprimere una certa quantomeno ironica genealogia della sorte, che riconduce la metafora al suo significato letterale, igneo: la passione della conoscenza («l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto», 97-98) viene tradotta nella pena infernale, attraverso la dislocazione dialettica dalla metafora alla lettera.

  

  

La voce di Ulisse

 

Si può dire che Ulisse sia nell'Inferno da sempre, dalla notte dei tempi: la sua morte risale alle origini della storia umana. È lì, all’epoca di Dante, da più di duemila anni e in tutto questo tempo non ha mai parlato. Dante esprime la fatica della fiamma, che esce da quel lungo torpore, ritrovando, poco a poco, la forza che la sciolga nell'eloquio:

 

Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori, e disse: «Quando

mi dipartii da Circe […] [».] (85-90)

 

La prima parola del discorso di Ulisse («Quando») è isolata in posizione accentuativa forte, seguita subito dalla pausa di fine verso: Dante isola la parola in modo formidabile, poiché su di essa non può riporsi un senso compiuto: anticipa un contesto grammaticale che deve logicamente contenerla, ma che la conterrà solo nel verso successivo. Tale stacco della parola esprime lo sforzo espressivo di un personaggio rimasto muto per millenni.[1] L’avverbio di tempo sottolinea, inoltre, una sinartrosi liminale, un punto di contatto dalla condizione olimpica, irraggiungibile e immemorabile di quel passato antichissimo a un presente diegetico cronologicamente fondato, introducendo un momento storico: la bocca che parla esce dal suo passato e diventa momento di contatto comunicativo nel presente dantesco.


Lo sforzo della lingua di fuoco nel riappropriarsi dell'articolazione dopo una lunga inattività è raffigurato in tutta la prima parte del discorso di Ulisse, accidentato, qual è, da continue cesure che non sposano l'ordito sintattico (quel «me» del verso 92 ne è un chiaro esempio): la cadenza è lenta, da vecchio che parli a fatica, mentre i suoni rudi (le doppie: -arti-irce-ottra) e sibilati (sottra-ss-e,  pre-ss-o, noma-ss-e) mimano sia la voce rauca di un vecchio, sia il rumore della fiamma fomentata dal vento («pur come quella [fiamma] cui vento affatica»). Ulisse, per parlare, tira dentro di sé l'aria circostante e la ributta fuori in forma di fiamma, con lo strano effetto di un fuoco che sbocchi dalla fauci di un drago ansimante.

  

  

Il discorso di Ulisse

 

Ulisse esprime l'«ardore» di un uomo prometeico, impavido, che voglia dimostrare agli uomini quanto sia illimitato il progresso dell'uomo: questo eroe greco non ha paura di nulla, ma ricorda, con un discorso contagioso, che l'uomo, per dirsi tale, deve nobilitarsi attraverso le imprese più difficili. La sua idea è che gli uomini, nella loro breve vita («questa tanto picciola vigilia / d’i nostri sensi ch’è del rimanente», 114-115), debbano rischiare il tutto per tutto per migliorarsi, in un crescendo di avventure che costituiscano la base del progresso della civiltà («fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», 119-120). Il sacrificio, lo sforzo, il rischio valgono sempre la pena, in quanto l'uomo, se ripetesse gli stessi gesti quotidiani, se fosse sedentario e dedito ai propri affetti, si ridurrebbe a uno stato più brutale che umano. Quindi, anche se Ulisse e i suoi compagni sono «vecchi e tardi», con membra e sensi appesantiti dall’età, questa loro condizione naturale non è una buona ragione per non continuare, finché si è vivi, a visitare il mondo, a estendere la propria conoscenza.


La conoscenza geografica del mondo e dei costumi dei popoli è di fondamentale importanza nel mondo antico: i greci sono sempre sospettosi dei costumi delle popolazioni presso le cui sponde approdino, a prescindere dal fatto che siano loro stessi a razziare le coste altrui, senza porsi troppi scrupoli nel violentare e uccidere donne e bambini. Non è qui importante soffermarsi su questo aspetto della razzia achea, cui Dante non fa riferimento: l’Ulisse dantesco non raffigura l’eroe greco di Omero, che ha, quali attributi fondamentali – oltre all’astuzia e all’eloquenza su cui si incentra il discorso di Dante – la prudenza e il rispetto degli dei, che l’Ulisse dantesco, invece, disattende. Qui serve solo sottolineare l’importanza del sapere geografico per l’uomo del Mediterraneo: la conoscenza come esperienza della natura e dei popoli, cui Dante fa riferimento.


L'eloquenza con cui Ulisse racconta la propria storia segue una sorta di parabola ascendente, il cui culmine è costituito dall'«orazion picciola» che rivolge ai compagni. Passate le colonne d'Ercole, il tono del discorso si fa più disteso, più calmo, mentre i luoghi geografici, menzionati con precisione, lasciano ora il posto a immagini spaziali più vaste e generiche («le stelle», il «marin suolo», «la luna», la «montagna»): una volta uscito dal mondo degli uomini, Ulisse viene avvolto da un universo poetico trasognato e incantevole, come una sorta di paradiso di immagini serene, universali, in cui non ha albergo la toponomastica delle precedenti rievocazioni. Mentre è cullato dal mare e protetto dal cielo stellato che gli fa da guida, improvvisamente dallo scenario sereno e tranquillo si sprigiona la catastrofe: la potenza divina che lui ha sfidato, varcando le colonne d'Ercole che segnavano il limite del mondo degli uomini (come, per Adamo ed Eva, la proibizione di mangiare i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male segnalava il limite dell'umano), gli rivolge contro un turbine che, in pochi secondi, affonda la nave e il suo equipaggio.

 

Tutto il discorso di Ulisse si sviluppa in un crescendo di immagini suggestive che rievocano, con naturalezza e semplicità di dizione, personaggi di più di due millenni prima. Tali personaggi vengono nominati come se fossero ancora vivi: in questo consiste la bellezza del suo discorso. Ulisse infatti riesce a far rivivere con poche parole precise e veloci i legami affettivi e i pensieri più pressanti che ricorrevano nella sua mente, una volta che, lasciata Circe, si era rimesso in mare. L’eroe greco si ripresenta al lettore in tutta la freschezza di uomo vivo e palpitante, che, potendo tornare in patria, preferisce navigare per il Mediterraneo e conoscere popolazioni e costumi nuovi. C'è chi ha visto nella condizione di esule di Ulisse la condizione di esule di Dante stesso.


Detto questo, le parole di Ulisse si riallacciano alla tradizione letteraria che ne ha fatto uno dei personaggi più raccontati di ogni tempo. Stupisce la tranquillità con cui Ulisse parli di personaggi tremendi come Circe: la menzione di Circe, per esempio, deve incutere meraviglia e rispetto per Ulisse, che è riuscito a lasciare incolume la ninfa più spaventevole delle Metamorfosi di Ovidio. l'Ulisse di Dante narra la propria storia dal punto in cui la narrazione di Ovidio si interrompe: è per questo che, essendo specificato nelle Metamorfosi dove Diomede sia andato a vivere, la domanda di Virgilio è indubbiamente rivolta al re di Itaca, di cui nelle Metamorfosi viene detto che era partito per un viaggio impossibile.


L'uomo solitario che va contro qualsiasi avversità è, naturalmente, stato molto amato dai romantici, che certo non lo avrebbero messo all'Inferno. Tra i temi romantici che possono essere individuati nella figura di Ulisse ci sono: la lotta prometeica, impavida, titanica dell'uomo che da solo sfida le avversità della natura; la ricerca di superamento di se stesso verso l'infinito; il meraviglioso e il sublime delle immagini del cielo stellato, del mare e della montagna gigantesca; la curiosità per l'esotico, per la conoscenza di nuove popolazioni meno evolute; la riesumazione vivida del passato che ne fa Dante, riportando alla luce la figura antichissima di Ulisse.

  

  

Il discorso di Ulisse e la conoscenza

 

Il discorso di Ulisse si divide in tre parti: nella prima esprime il suo desiderio di conoscere il mondo e enuclea i luoghi che ha visitato; nella seconda propone ai compagni di compiere un'impresa inaudita, superando i limiti del mondo conosciuto; nella terza racconta quello che ha visto sull'altro emisfero terrestre e come sia morto.


Il discorso di Ulisse, inizialmente più difficoltoso per la lunga inattività espressiva del personaggio, si fa via via più fluido, a rivelare la passione del personaggio, che è in lui più forte del rispetto degli impegni familiari (90-96). Riguardo ai tre familiari, Ulisse usa parole che esprimono un sentimento di affetto, ma solo nei confronti del figlio tale affetto è istintivo, naturale («dolcezza» è termine che, per uno stilnovista, esprime un amore nobile). Nei riguardi del padre Laerte e della moglie Penelope le parole di Ulisse evidenziano piuttosto un obbligo: «pieta» per il padre; «debito amore» per la moglie. L'amore per la moglie non è sentito, ma dovuto, così come quello del padre è dovuto, in quanto Ulisse è in obbligo sia con chi lo ha messo al mondo e allevato, sia con chi lo ha sposato. Ma, in fondo, Ulisse avrebbe un obbligo anche verso il figlio Telemaco che lui stesso ha messo al mondo e di cui dovrebbe occuparsi: quando Ulisse si «diparti' da Circe» (91), Telemaco aveva circa dieci anni. Detto questo, i tre doveri su cui regge la famiglia non sono considerati da Ulisse particolarmente attraenti. Ulisse è un personaggio di grande passione e di grande razionalità. La scelta delle parole non è casuale, ma spiega sinteticamente che egli non ha alcun desiderio di tornare a Itaca. Del quarto dovere ‘mondano’, che, in quanto re, Ulisse deve al suo popolo, Dante non fa menzione. L’altro dovere, il più importante, quello verso gli dèi, è naturalmente escluso da Dante, che fa di Ulisse un personaggio simile a Capaneo di Inferno XIV, ma di gran lunga più scellerato.


Contro i richiami della patria, prevale, in Ulisse, l'«ardore» di «divenir del mondo esperto, / e de li vizi umani e del valore». A questo punto i versi sono più distesi (97-111). Nell'esprimere l'ardore il tono dell’eroe si fa più sicuro, la sua voce è senza incrinature: spiega la sua passione e, con stile piano, passa a elencare i luoghi dove tale passione lo ha condotto. Dalle parole di Ulisse si capisce che la passione non risiede in nulla di particolarmente bello: non vi è alcun rapporto tra bellezza e conoscenza. La conoscenza è un accumulo di esperienze nuove, in un superamento dei limiti raggiunti: alle spalle – e sarebbe da dire, dentro il cuore – non lascia nulla. La varietà lessicale di Dante nel denominare la bellezza (gentileridentebellodolceaulente etc.) è assente nelle parole di Ulisse. Per lui ciò che conta sono i luoghi geografici, ridotti alla scabra denominazione: Gaeta, la Spagna, il Marocco, la Sardegna e i litorali del Mediterraneo. Quei luoghi sono per lui ignoti e per questo sono molto affascinanti. La novità esercita su Ulisse l'effetto di una droga, cui non sappia astenersi, e tale droga, la «nova terra», alla fine distruggerà lui, i compagni e verosimilmente anche Itaca. Nel discorso di Ulisse non v'è alcuna aggettivazione che specifichi le virtù dei luoghi che ha visitato: nulla di piacevole, memorabile, distintivo di identità locali. Ulisse è un collezionista di esperienze, le quali non gli lasciano nulla di amabile nel cuore. 


Per quanto affascinanti, i luoghi elencati nel discorso non sono però ignoti all'uomo. Solo quando vede le colonne d'Ercole, presso Gibilterra, Ulisse, a differenza di quanto abbia fatto fin ad allora, può non solo superare se stesso e avere più esperienza del Mediterraneo degli altri greci, ma pregustare la prospettiva di compiere un'impresa mai realizzata da nessun mortale. Ercole aveva posto le colonne che portano il suo nome, in quanto neanche lui sarebbe potuto andare oltre. Ulisse pensa di superare anche le imprese di Ercole. Ma questa impresa, questo accumulo di conoscenza, gli sarà fatale.


Dopo aver visto Siviglia e Ceuta e aver passato le colonne d'Ercole, Ulisse esprime la prima impressione estetica di un certo rilievo: dopo cinque mesi di navigazione, resta come incantato, meravigliato dalla visione della «montagna, bruna»: si affretta subito a interpretarla razionalmente, giustificando il suo colore con «la distanza», come se il fenomeno fosse di per sé spiegabile in termini razionali, sulla base delle precedenti esperienze di Ulisse. Il moto interiore di Ulisse è raffigurato da Dante facendogli esprimere una prima osservazione logica del rapporto tra la montagna, il colore e la distanza, per poi seguire una seconda impressione, che vanifica la sua logica:

 

[…] e parvemi alta tanto

quanto veduta non avea alcuna. (134-135)

 

La sua mentalità è, però, sempre rigorosamente razionale, rivolta all'acquisizione della novità. Nel formidabile verso successivo Dante comprime l'intensa gioia del suo personaggio, subito circoscrivendola in una brevità stringente, in cui tale gioia non possa essere goduta fino in fondo:

 

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto, (136)

 

E qui le parole di Ulisse sono tutte votate a conferire alla freddezza dell'esperienza le sue caratteristiche più proprie. Non solo è breve la gioia, ma è breve anche il dolore, come se questo eroe antico non conosca la forza dei sentimenti. La descrizione della propria morte è numerale, quasi geometrica, impersonale, astratta: 

 

ché de la nova terra un turbo nacque,

e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l'acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com'altrui piacque,

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso». (137-142)

 

In pochi versi Dante dispiega una serie di opposizione dialettiche tra gli ordinali primo /quarta, il cardinale divino Tre (a inizio frase è anche con la maiuscola), i due estremi della nave poppa /prora, il verso che assume l'imbarcazione suso /giù e i tre momenti del fenomeno fisico che affonda la nave: nacque /girar /richiuso, che si riferiscono, con precisione agghiacciante, alla causa (il «turbo»), all'oggetto (il «legno») e all'effetto (il «mar»).


Ulisse non immagina neppure per un attimo di non poter più rivedere il viso dolce del figlio, quello amorevole di Penelope, quello caro del vecchio Laerte. Nessun sentimento trapela nel cuore di Ulisse, nessuna nostalgia o immagine tenera lo accompagnano nel momento della morte. La sua morte sarebbe davvero la morte di un eroe greco, imperturbabile, secondo una certa interpretazione neoclassica della grecità, se non fosse che nelle parole di Ulisse non vediamo alcuna espressione del volto e della muscolarità dell'eroe greco, ma il turbine che lo abbatte come un fuscello e il mare che ne cancella ogni traccia. L’uomo è ridotto a una particola anonima, insensibile, insignificante.


Questa descrizione della propria morte rivela, mi sembra, due aspetti intimi del personaggio. Ulisse non ha alcun pentimento e non riconosce affatto Dio: non gli attribuisce nessuna grandezza morale, né lo umanizza, ma lo descrive come una potenza della natura, brutale e anonima, che abbia avuto più forza di lui. Ulisse stesso è disumanizzato, incapace di riconoscere il proprio errore e di giustificarsi in qualche modo, anche se inutilmente (come invece fa, per esempio, Pier delle Vigne); né Ulisse si meraviglia che Dante abbia ancora un corpo lì, nell'Inferno. Insomma, sembra che a Ulisse non importi affatto della propria fama, della propria memoria presso gli uomini, a meno che non si voglia interpretare la risposta di Ulisse a Virgilio come il manifesto di una volontà indomita che miri a trasmettere il proprio messaggio all’umanità, il che sembra inverosimile nella misura in cui Virgilio non è, da secoli ormai, più tra i vivi. Del resto, la mancanza di sensibilità nei confronti di Telemaco, Laerte e Penelope non è compensata dall'affetto per i propri compagni, che per lui rappresentano solo un insieme, un gruppo, piuttosto che delle identità individuali. Degli uomini non ha una grande aspettativa: ne ricerca «li vizi» e non anche le virtù, come se un greco non abbia a imparare nulla di buono dagli altri popoli.


Ulisse è quindi, per Dante, un personaggio superbo, eloquente, astuto e impavido, ma fondamentalmente arido. L'assenza dell'uso degli aggettivi estetici e morali nel discorso di Ulisse, così importanti per esprimere la sensibilità che si ha riguardo agli oggetti, uscendo dalla rigidità della loro pura e semplice denominazione (che è sempre una forzatura, un compromesso espressivo tra codice linguistico e comunicazione della nostra esperienza particolare), indica chiaramente la distanza incolmabile tra la concezione della conoscenza dantesca, che è guidata dal sentimento, e quella di Ulisse, votata all'accumulazione. Dei poco più di venti aggettivi che Ulisse usa nel suo discorso, solo uno, «lieta» (96), riguarda il sentimento, ed è menzionato solo per deluderlo, così come l'unico aggettivo morale, «debito» (95), è espresso per indicare il proprio rapporto funzionale con la moglie e per limitare pesantemente il significato della parola «amore», che di fatto non ha più nulla di quello che Dante avrebbe potuto chiamare amore.


Alcuni aggettivi indicano un rapporto in relazione all'accumulo o al difetto di civiltà, e sono rivestiti di significati morali («esperto», 98; «bruti», 119), mentre la passione è espressa con gli aggettivi «acuti» (121) e «folle» (125). Due altri aggettivi sono mere specificazioni di contesti ambientali («marin», 129, e «bruna», 133). Tutti gli altri aggettivi, i più numerosi del suo discorso, indicano la direzione spaziale («destra», 110; «mancino» 126) e quantità relative all'altezza, all'età, alla dimensione e alla capacità motoria.


Questa concezione arida della vita fa sì che Ulisse, intrapreso il viaggio dall'«alto mare aperto» (100), si ritrovi alla fine «in giù», al disotto del «mar [che] fu sovra […] [lui] richiuso» (141-142). Il suo problema non è che avesse solo una imbarcazione e una gruppetto di uomini che non lo avevano abbandonato, ma che egli fosse «diserto» da Dio.


Il Canto XXVI finisce infatti con le parole di Ulisse, senza commenti o interpolazioni: la descrizione della propria morte, che risponde alla domanda di Virgilio «dove, per lui, perduto a morir gissi», basta da sé a esprimere la condanna divina all'«ardore» di una conoscenza senza limiti. Tale morte è particolarmente disonorevole, in quanto Ulisse, sommerso dal mare immemore, non ha avuto la degna sepoltura degli eroi antichi, cioè sulla pira. Di fatto, Dante ci dice quello che nessuna sa di Ulisse: come sia morto. Credo che l'ironia sarcastica tributata a Firenze all'inizio del canto, debba essere ritrovata, in tono tragico, anche nel finale del canto: l'onorevole pira funeraria degli antichi diventa, nell'Inferno, la pira eterna che fascia l'eroe titanico, tormentandolo in eterno.

 

  

Due mondi a distanza

 

C'è ora da chiedersi se sia Ulisse, in quanto greco, a disdegnare di parlare con Dante, o non sia invece Dante a preferire di prendere le distanze da lui, privilegiando una netta demarcazione tra sé e il personaggio greco. Il discorso di Ulisse sulla conoscenza impegna parole che avrebbe potuto usare Dante stesso. Non è in questo canto che Dante vuole spiegare che l'uso delle stesse parole rivesta significati diversi. È chiaro che Ulisse usi la parola amore in modo improprio per Dante. Il motto «fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza» (119-120) esprime pienamente la concezione dantesca, riecheggiando l'espressione «più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio, / perché non corra che virtù nol guidi», usato da Dante all'inizio del Canto: ma il significato di virtù non è, per Dante, un accumulo di esperienza. La virtù, per Dante, non va inseguita fuori di sé (come pretenderebbe Ulisse), ma deve guidare, accompagnare passo passo l'uomo, attraverso la consonanza di un intimo riconoscimento in sé della virtù inclusa nell'esperienza (virtù di cui Virgilio e Beatrice costituiscono l'incarnata allegoria), così come l'esperienza esterna deve farsi, attraverso la virtù, conoscenza intima.


Se il lessico di Ulisse rivela indubbiamente una mancanza di intima sensibilità, il suo discorso è però avvincente. Occorre arrivare a metà del canto successivo per rendersi conto del fascino che il discorso di Ulisse esercita su Dante-personaggio. Il Canto successivo si sviluppa su un altro episodio che sembra metter fine all'interesse di Dante e Virgilio per Ulisse, fin quando, non rispondendo alla domanda di Guido da Montefeltro, Dante viene richiamato da Virgilio: Dante è rimasto per tutto il tempo immobile davanti alla fiamma di Ulisse, incantato dal suo discorso.


Il discorso di Ulisse esprime l'idea che una virtù umana a se stante possa essere ammirevole e coinvolgente, ma non possa costituire, qualora non sia accompagnata da altre virtù umane, motivo di salvezza per l'uomo, mentre potrebbe comportare la sua rovina, come è accaduto a Ulisse. 

 

Nicola d'Ugo


(Dicembre 2021)




Nessun commento:

Posta un commento