26 dicembre 2009

«Incontro con Vincenzo Cerami» di Nicola D'Ugo

Martedì 13 aprile, alle ore 13,00, si è svolto un incontro con Vincen­zo Cerami nell’Aula I della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università «Tor Vergata». Alla presenza di circa 150 persone fra studenti e docenti, in un contesto sobrio e familiare, Cerami ha esposto alcuni motivi della scrittura creativa, a partire dai momenti che anticipano la comunicazione, come il trasdurre «in parole segni particolari determinati dalla memoria, sensazio­ni ecc.». Quando si vuole raccontare occorre portare i segni rapidi del pen­siero in un nuovo codice, con «parole più acconce», come «un ordinatore, un computer», attraverso un «processo di pensiero in ralenti». In questo senso, bisogna «mentire per dire la verità», giacché il nostro pensiero non è fatto di frasi e parole ordinate secon­do la lingua, ma di quei segni personali che ognuno di noi va costruendo nella propria mente, depositati, rielaborati e attinti dalla memoria. La lingua, da questo punto di vista, non è che una «prigione», nella quale lo scrittore (ma anche chi non lo è) si trova inevi­tabilmente costretto.

Tornando indietro negli anni, Cerami ha raccontato di quando, dopo un anno di cecità dovuta alla difterite, si trovò quale insegnante di lettere delle medie un professore «sdrucito» come lui e i suoi compagni, che li faceva giocare a pallone, molto scherzoso e sorriden­te: Pier Paolo Pasolini. A Ciampino, in quella scuola media di via Pignatelli, l’autore di Un borghese piccolo picco­lo e Fattacci, e coautore con Roberto Benigni di sceneggiature come Il pic­colo diavolo e La vita è bella, fece il suo primo incontro con la poesia. L’insegnante, senza dubbio eccezionale, se da un lato era familiare ai bambini nel contesto scolastico, dall’altro evo­cava nella loro mente una grandezza del tutto particolare, dato che poteva­no ascoltarlo leggere poesia non solo in classe, ma alla radio. Durante que­sto periodo Cerami comprese che il desiderio di mettersi in mostra fra i suoi coetanei e agli occhi del giovane professore poteva trovare soddisfa­zione nella scrittura, che gli permette­va di uscire da una sorta di isolamento interiore di cui sono spesso preda i bambini. Dovendo affrontare temi sco­lastici quali «L’indigestione» e «Le vacanze», il bambino, che mangiava quel poco che riusciva a trovare in tavola e che le vacanze le aveva vissute sì e no una sola volta con una gamba rotta guardando le montagne da un ve­tro d’ospedale, doveva per forza di cose ricorrere all’immaginazione, qua­si arrampicandosi sugli specchi. Capi­va che le sue storie non erano credibi­li, e che il professore lo avrebbe subito smascherato. Si mise allora all’opera, cercando di renderle più verosimili possibile. Questo si tradusse in una operazione che lo avrebbe accompa­gnato per tutta la vita di scrittore: l’in­veramento.

Affinché una storia sia credibile «deb­bo inverare», narrare «seminando in­verature», dice Cerami. Nel processo di trasduzione dall’immaginazione al linguaggio (sia esso costituito da una lingua o altro), i movimenti (quali il Surrealismo, il Gruppo 47 ecc.) «pren­dono atto di una reale modifica del linguaggio», attraverso «una morfo­logia narrativa [...] adatta a narrare le nuove» condizioni («in questi ultimi cinquant’anni [...] siamo passati da popolo a massa») e a rispondere alle nuove esigenze del pensiero. Ma que­sto non è un processo teorico per cui ci si possa mettere a tavolino. I gruppi fatti a tavolino, come fu il caso del Gruppo 63 (Eco, Pagliarani, Sanguineti ecc.), sebbene abbiano tirato fuori «cose importanti», non possono fun­zionare, giacché prima si ha la consa­pevolezza del cambiamento avvenuto dentro di noi, poi ci si incontra. Teoriz­zare a priori è fuorviante e non produce che «mezzi poeti».

Su Dante, Cerami mette in rilievo come non sia possibile scrivere un’opera tanto estesa quanto la Divina Commedia senza divertirsi, ché altrimenti l’auto­re morirebbe prima di averla portata a termine (mi viene a proposito in men­te quello che disse una volta Stefano D’Arrigo, del suo esaurimento nervo­so e del malessere lenito dalla moglie durante la ventennale composizione di Horcynus Orca). L’idea romantica dell’ispirazione è rigettata da Cerami nel modo più assoluto. Dice pressap­poco: «L’ispirazione è un lampo che si accende e ti fa vedere interamente un’opera per un istante. Poi si spegne e non si vede più nulla. Il resto è lavoro di macchina.» Quel senso che arte aveva prima del Romanticismo, nelle botteghe, nei laboratori o, più tardi, nelle officine care a Pasolini, vale per la «macchina» narrativa di Cerami. Il tono del coautore di La vita è bella, di ilare sobrietà, mai istrionico o di faci­le effetto nelle battute, caratterizza un modo di concepire l’arte e il rapporto con gli altri che non si fa irretire dalle frivolezze e vanità della fama, renden­do appassionante la serietà dei temi affrontati (la povertà, l’amore incorri­sposto, i delitti efferati, il genocidio, il gioco, la comunicazione), attraverso un discorso colloquiale che mette da parte le provocazioni e si rende disponibile al dialogo e alla costruzione di idee. Appare chiaro che l’idea, avanzata da anni dall’assessore Enzo Lavagnini, di aprire una scuola di scrittura creativa a Ciampino con Cerami non può che trovare il consenso dei tanti che aspi­rano alla realizzazione di una iniziativa che lo scrittore saprebbe sostenere con grande maestria, giacché il suo prezioso contributo non risiede solo nell’opera edita, ma nella capacità di rendere fa­miliari le questioni più intimamente meditate e appassionante l’avventura del pensiero nella scrittura.

[pubblicato in: Notizie in... Controluce, n. VIII/5, maggio 1999, p. 7.]