6 giugno 2021

«“Roubaix, una luce”. Un film di Arnaud Desplechin» di Nicola d’Ugo

 


Carino, non un capolavoro, ma interessante. Il film di Arnaud Desplechin si ispira a un evento di cronaca del 2001-2002, in cui venne uccisa una donna anziana e vennero accusate le due giovani vicine, misere, alcoliste e tossicomani.

 

Gli attori sono di notevolissimo livello, come ci si aspetta dai francesi. Roschdy Zem, nella parte del commissario, ha ricevuto il Premio César come migliore attore nel 2020, mentre Sara Forestier la candidatura come attrice non protagonista. Léa Seydoux, la più celebre a livello internazionale, non ha ricevuto un picchio, del resto quello che hanno ricevuto lei e Adèle Exarchopoulos per la loro interpretazione de La vita di Adele non l'ha mai ricevuto nessun altro attore nella storia del cinema, neppure Marlon Brando, Sophia Loren o Meryl Streep: la Palma d'oro a Cannes nel 2013. Qui recita alla grande, non come insipida Bond girl.

 

Roubaix, una luce non è male, è un film che è stato candidato alla Palma d'oro a Cannes e al César francese. La parte migliore è quella degli interrogatori e dei rapporti con la città ai confini del Belgio del commissario arabo, cresciuto lì. Roschdy Zem dà spessore umano al commissario, la sua è davvero una bella interpretazione non banale. Per il resto il film manca di una cinematografia d'autore, non c'è la magia che il cinema ha nelle sue potenzialità, si affida solo a un intreccio abbastanza semplice, alla notevolissima interpretazione degli attori, a buoni dialoghi e a un'interessante raffigurazione dei metodi dell'interrogatorio francese. Il resto è uno squarcio illustrativo su una depressa città di provincia del Nord della Francia. Un film che mette in luce la bassezza morale che si vive in certe città francesi colpite da povertà, depressione economica e separatismi etnici. In fondo, più che essere un noir, cerca di offrire allo spettatore uno sguardo antropologico su Roubaix come esempio tipico delle realtà provinciali europee, senza moralismo e prese di posizione nette.


Non è moralismo quello che esprime il commissario Yacoub Daoud (Roschdy Zem) a Claude (Léa Seydoux) in una conversazione nella cella di sicurezza in cui lei è rinchiusa, non è neppure un interrogatorio, è uno spiraglio che le offre, se rivedere il suo figlio piccolo tra cinque anni o quando lui ne avrà più di venti con una vita sua. Non vuole sapere chi abbia compiuto il delitto, vuole sapere come siano andati i fatti nel dettaglio, ricostruire l'assassinio negli elementi oggettivi e soggettivi del crimine, entrando nella mente dell'assassino, perché solo allora un grande investigatore potrà offrire all'accusa, alla difesa e ai giudici una verità non traballante ma precisa, in quanto la polizia, non solo quella francese ma in genere, non ha mai considerato colleghi i magistrati e i giudici e viceversa, ognuno ha un ruolo proprio, il commissario Daoud non ha nulla contro i giudici, è un poliziotto onesto e di grande esperienza di vita, gli sarebbe facile chiudere la cosa facendo avere vent'anni di reclusione o l'ergastolo a due presunte assassine, ma non lo fa. Vuole che la verità esca fuori dalle loro bocche chiuse, soprattutto da quella di Claude, la più reticente. Poi starà ai giudici stabilire le pene, non a lui. 

 

DAOUD: Tu sei bella. Sei sempre stata bella. 

CLAUDE: Beh, sì.

DAOUD: A dieci anni la vita è gratis. Hai i genitori ai tuoi piedi e bei vestiti. L'ammirazione delle ragazze. E dei ragazzi. Devi essere stata una ragazzina ribelle. La reginetta della scuola. La principessa del college, sempre con dei ragazzi intorno a te. Poi le avventure e un giorno ti giri e la vita non è più gratis. Guardati, hai trent'anni, hai un figlio. E bevi. E vivi con una donna che non sai amare. Hai sbagliato. E dovevi pagare. La vita dovrebbe essere una favola. Come la tua infanzia. Ma non lo è.

 

Il commissario arabo Daoud è un gran bel personaggio alla Maigret. Poi il film ha i limiti che ho detto e ne ha anche altri.

 

Nicola d’Ugo

 

(Giugno 2021)

 



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