12 giugno 2013

«L'incubo ad aria condizionata», un racconto di Angela Bubba

Angela Bubba, in una foto di Roberto Nistri


Un pomeriggio in una libreria di Crotone, ore diciotto-diciotto e trenta, entro e dico buonasera ai presenti, non risponde nessuno. Non m'importa. Continuo a camminare e penso che è una bellissima giornata: dolciastra, moderatamente calda, col teatro dei burattini che fa rumore in piazza e i bambini che perdono sangue dai ginocchi perché correndo sono caduti; l'odore dei gelati ovunque, la luce roseoviolacea di tutto, la primavera già estate.

Il posto è fresco e quasi senza suono, oscuro quanto una chiesa.

Mi metto a girovagare fra gli scaffali con nulla in testa a parte un rumore come di frullatore in continuo movimento, una pala grande e invisibile che in qualche modo riesce a farmi sentire in procinto di scomparire, di essere rubata al mondo da una banda di zingari e venduta a degli sconosciuti che dovrebbero cambiarmi l'identità e tutto il resto per sempre. Per sempre. Non potrò più litigare con mia sorella, penso, non potrò più chiedere a mia madre se mi vuole bene e sentirmi tramortita un attimo dopo perché lei mi guarderà incredula e disperata e divertita, non potrò più dire “papà scusa se ogni settimana ti faccio venire qua a Crotone, scusa…”

Mi rigiro un paio di titoli famosi e osceni in mano, strascico i passi, infine mi blocco. Mi soffermo su un libro di Herny Miller intitolato L'incubo ad aria condizionata. C'è molto celeste sulla copertina, e soprattutto c’è bella stampigliata sopra la frase: “i ciechi guidano i ciechi: è il sistema democratico”.

“Perfetto” esclamo ad alta voce.

“Cosa?”

Un uomo basso e brutto alle mie spalle mi ha sentito e cerca spiegazioni.

“Niente”.

Mi allontano.

Rifletto quasi un quarto d'ora indecisa se comprare o no quel libro. Intanto ammiro una coppia di signore sudaticce passarmi accanto e tirare fuori il ventaglio, e la commessa risistemare una pila di Camilleri nel reparto Novità. Anche se Camilleri ormai non è più una novità, non è mai stato una novità, non sarà mai una novità.

Decido di mollare L'incubo ad aria condizionata e di acquistare al suo posto Middlesex e L'uomo che allevava i gatti.

Esco, raggiungo la fermata dell’autobus, mi metto ad aspettare.

Mi si avvicina subito un signore e mi chiede se per favore gli pigio un tasto sul cellulare: il 4. “Ti prego pigiami il 4, così poi posso premere il tasto con la cornetta, ti prego pigiami il 4, così poi posso premere il tasto con la cornetta…” Ripete come uno sciroccato quelle cose per cinque o sei volte.

Io non ne capisco il motivo, mi preoccupo. Penso che quel cellulare sia una bomba e l'uomo che lo tiene in mano un pazzo. Lui mi richiede quelle stesse cose per altre tre volte e poi si mette a piangere. Mi dice che è cieco e mi prega di aiutarlo, mi dice che nessuno ha voluto aiutarlo perché è stato scambiato da tutti per un malato omicida. Gli tremano le mani, e a me pure. Non so che fare. Vedo macchine ed eucaliptus e facce che non si fermano e niente è rassicurante, niente mi dice che sto per fare la cosa giusta.

Premo il tasto alla fine, il numero 4, e mentre lo premo penso che sto per saltare in aria, che la mia testa sarà un fuoco d'artificio spettacolare e pieno di gloria, che per un attimo fermerà il traffico ma non la vita delle persone. Avrà molta importanza ma allo stesso tempo nessuna importanza, nessuna nessuna importanza. Penso alla scena finale di Zabriskie Point e ho un crollo al cuore. Le parole ciao ciao.

Ho schiacciato e non me ne sono neppure accorta. Mentre comprendo di essere ancora viva l'uomo ha intanto premuto da solo il tasto della cornetta, su quello non s'imbroglia, e fa partire la chiamata. Sullo schermo appare il nome Ylenia, ”lei è mia figlia, è mia figlia…” dice fra le lacrime. “Il suo numero è memorizzato sul 4, lei è il 4, lei è il 4″. Riesce così a parlare.

Poi mi ringrazia, poi io mi scuso per la mia indelicatezza dicendogli che oggi viviamo in un mondo in cui anche quando chiudi gli occhi hai paura di esplodere… e lui mi risponde “ti capisco, ti capisco. Pensa che facevo il carabiniere”. Mi fa pure vedere il distintivo, dopodiché inizia a raccontarmi tutta la storia di come è diventato cieco, poco tempo fa, mi spiega che in realtà doveva morire per un tumore al cervello e che per questo è stato operato pochi mesi prima e che non si sa come si è salvato. Mi mostra con un movimento spietato ma semplice l'avvallamento che ha su un lato del cranio, immenso, mi si cancella il respiro per un minuto intero. Ci preme dentro le dita, le toglie. Le rimette. Dice che si è curato a Roma.

Si siede sulla panchina, piange, intreccia i gomiti. Con una voce bassissima m'informa che avrebbe dovuto non salvarsi dall'intervento e che invece si è salvato, che il medico dopo l'operazione continuava a ripetergli com'era possibile che lui si fosse salvato.

Mi dice che è bello avere ancora gli occhi, è bello essere ancora vivi.

Mi dice che è bello vedere.

Mi chiede se so cosa significa avere problemi con gli occhi e io gli rispondo di sì.

Mi dice ancora: “Al 200% dovevo morire, e invece sono qua. Un cieco è qua”.

Non so che rispondere.

Dopo un po' io me ne vado perché arriva il mio autobus. Lui mi dice: “sapevo di potermi fidare di te. Auguri per tutto”. Ci stringiamo anche la mano. Sto quasi per mettermi a piangere ma lui mi blocca e sussurra: “di solito faccio piangere la gente, ma per favore tu non piangere, non piangere”.