16 ottobre 2011

«Margaret Atwood, 'Dare e avere. Il debito e il lato oscuro della ricchezza'» di Nicola D'Ugo


Margaret Atwood,
Dare e avere. Il debito e
il lato oscuro della richezza
,
Ponte alle Grazie, Milano 2009.
230 pp.
EUR 16.00
In queste anni bui per l’economia globale accentuati dai recenti rischi di default dei paesi maggiormente industrializzati, suggerisco di leggere un manuale classico che ne introduca le tematiche: Economia di Paul A. Samuelson, giunto alla diciannovesima edizione aggiornata da William D. Nordhaus e risistemata per il lettore italiano da Carlo A. Bollino. Per quel che riguarda la questione del debito e della sostenibilità dei sistemi economici in termini culturali – un campo a me più familiare – non posso che suggerire la lettura di Dare e avere. Il debito e il lato oscuro della ricchezza di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie, Milano 2009), uscito nel 2008, a ridosso della bancarotta della Lehman Brothers che ha dato origine all’attuale recessione economica globale.

Si tratta d’uno studio comparativo, sulla scorta di James George Frazer ma di minor finalità ed ampiezza, dedicato al significato psicologico, economico e simbolico del ‘debito’. La traduzione italiana del titolo è un po’ fuorviante: avrebbe dovuto semmai suonare «avere e dare», visto che quello inglese, Payback, ‘riscossione’, si riferisce alla restituzione di quel che il debitore ha avuto in prestito.

Lungi dall’essere un barboso testo per specialisti, Dare e avere, pur concepito per un’esposizione orale (le «Massey Lectures» trasmesse a puntate sul canale radiofonico canadese CBC Radio One), è intessuto di grazia e scioltezza stilistica, sostenuto da una copiosissima documentazione, con scarti ironici, aneddoti personali e curiose puntate nei più diversi campi del sapere: dalla religione alla letteratura, dal cinema alla televisione, dalla musica al fumetto, dall’economia alla biologia, una passione, quest’ultima, che ha sempre accompagnato i vasti interessi di Atwood.

Il libro è suddiviso in cinque capitoli tematici. Il primo è dedicato all’aspetto biologico e morale dell’uomo, individuabile anche in alcune specie animali; il secondo alla scadenza del patto tra debitore e creditore, al loro reciproco peccato o vizio nel redigere un contratto che impegni il futuro proprio e altrui, e all’importanza che riveste la ‘memoria’ in questo tipo di contrattazione; fa poi seguito l’analisi particolareggiata di alcune narrazioni incentrate sul debito, con una sottolineatura dello slittamento di significato che quest’ultimo ha assunto in seguito alla rivoluzione industriale; il quarto capitolo si sofferma sulle procedure penali e sulla ribellione ai vincoli che l’insostenibilità del debito comporta.

Abbandonata la forma saggistica, il capitolo conclusivo è un racconto a tesi quale riscrittura aggiornata de Il canto di Natale di Charles Dickens, il cui protagonista Scrooge, che ora vive nel superlusso e s’è ringiovanito cogl’ultimi ritrovati dell’estetica, è a capo d’una multinazionale e non ha più alcun rapporto diretto collo sfruttamento degli uomini e delle risorse naturali che continuano ad arricchirlo senza evidenti limitazioni. Nel mondo contemporaneo in cui il mercato ha sostituito Dio, Scrooge non teme neppure la morte; finché non gli appare in varie vesti, al posto di Mefistofele, un bonario ed intransigente Spirito della Natura che lo conduce in volo nelle pandemie e catastrofi del passato, e poi nel futuro di un’imminente prevista e non temuta catastrofe globale. A Scrooge gli son concesse infine due alternative: l’utopia d’un mondo migliore, fatto di cancellazioni di debiti nazionali, d’energia alternativa ed equa spartizione delle risorse; oppure la distopia d’una nuova catastrofe, in cui i beni primari son talmente scarsi che il valore del denaro è praticamente carta straccia, compreso quello di Scrooge. È inutile che dica qual è la scelta dello Scrooge Nouveau immaginato da Atwood. Lei stessa dice che si tratta solo d’una storia inventata: la realtà purtroppo è diversa, fatta d’egoismo e d’umana imbecillità, chiusa l’intelligenza dei più astuti nella limitata forma mentis della ristretta quotidianità loro. Ciò nonostante il libro si conclude con una bella immagine poetica.

La tesi di Margaret Atwood sul debito è che esso non si limita all’economia, la quale è solo una delle derivazioni di forme di scambio primordiali non esclusivamente umane, poi sviluppatesi nella morale, per cui i creditori non sono che debitori verso la Natura, la quale non fa sconti a nessuno. Leggere Dare e avere permette di farsi un’idea – oltre di come si scriva un gioiello comparativistico – di quanto lavoro di documentazione sia a monte della scrittura dei romanzi di Atwood. Molti dei temi trattati, a cominciare dallo sfruttamento delle risorse e dalla catastrofe globale, li si ritrova nel romanzo uscito l’anno dopo nel mondo anglosassone, L’anno del Diluvio: riscrittura utopico-distopica e in fondo ottimistica della distopia crudamente catastrofica L’ultimo degli uomini (2003).

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[pubblicato in: Notizie in… Controluce, n. XX/9, settembre 2011, pp. 14-15.]