26 marzo 2011

«Owen e la cultura della guerra» di Nicola D'Ugo


Il poeta Wilfred Owen in divisa
da ufficiale nel 1916
In questi tempi di guerra rivelati dai media e dagli interventi italiani, consiglierei a tutti di dare un’occhiata alle poesie che un giovane ragazzo inglese, Wilfred Owen, scrisse durante la prima guerra mondiale. Poiché quando si ha a che fare con una cultura (in questo caso bellica) che pareva ci fossimo lasciati alle spalle, è almeno opportuno documentarci sull’argomento.

Ci sono almeno altre tre ragioni per leggere anzitutto le poesie di Wilfred Owen piuttosto che altri libri (p. es., Addio alle armi di Hemingway o Il nudo e il morto di Norman Mailer). La prima è che anche questo libro è reperibile in italiano (Poesie di guerra, Einaudi, Torino 1985), la seconda è che quello che viene narrato in una trama di qualche centinaio di pagine di romanzo in cui si parla spesso d’altro è qui condensato in poche righe attinenti al tema, e la terza è che si tratta della più alta testimonianza sulla guerra dei tempi moderni.

Le poesie sono talmente minuziosamente attente a non raccontare solo la paura dell’autore e i suoi desideri particolari da permetterci di avere un quadro d’insieme della guerra che sarebbe difficile trovare con altrettanta umanità negli splendidi volumi di Hemingway e di Mailer.

Owen avrebbe avuto tutta la ragione (o la cecità), che si può attribuire a chi rischia la pelle in prima linea, di raccontare la guerra dalla parte dei propri compagni, ossia da quella degli Alleati. Ma tale ragione (tale giustificazione) egli non ha voluto darla neppure a se stesso. Si è quindi posto il compito di raccontare (sono le sue parole) «la Guerra, e la pietà della Guerra», ossia di dire che cos’è la guerra, quali uomini la animano e come è vissuta da chi ne è in qualche modo coinvolto.

Attraverso quadretti di vita quotidiana nelle trincee e negli ospedali e scene di combattimento in mezzo ai gas, il suo resoconto sulla guerra è tanto immediato quanto per certi versi lo sono stati film programmaticamente equidistanti come I giovani leoni. Le atmosfere, gli ambienti, gli scenari, i sapori sono tutti lì nella poesia, vividi come se li seguissimo dal vivo.

Un ottimo regista che oggi volesse realizzare un film sulla prima guerra mondiale farebbe bene a tener conto delle inquadrature proposte e delle battute che Owen mette in bocca ai personaggi. Egli passa dagli ampi scenari in pieno combattimento, con il gas nell’aria e i soldati che si divincolano e stramazzano intossicati, a immagini soggettive, in cui il soldato sdraiato in un letto d’ospedale ha l’impressione dei rumori e dei suoni intorno a lui («Conscious», p. 26).

In «The Next War» («La prossima guerra», p. 18-19), Owen scrive: «Oh, la Morte non fu mai un nostro nemico! / Lo abbiamo deriso, abbiamo fatto lega con lui, vecchio compagno.» La guerra del 1915-18 non fu contro la morte. Owen la personifica e la tratta come un maschio (in inglese la morte è facile renderla al maschile), dicendo che era sempre in mezzo a loro soldati, mangiava nella gavetta come loro ed era costretta come loro a seguirli negli spostamenti. Anziché tossire sangue come loro, tossiva proiettili. «Ridevamo» prosegue Owen «sapendo che sarebbero giunti uomini migliori, / E guerre più grandi; dove ogni orgoglioso combattente si vanta / Di far guerra alla Morte per delle vite; non agli uomini per delle bandiere.»

A onor del vero va detto che Wilfred Owen fu considerato inabile alla leva e che si offrì volontario. Egli, come molti suoi contemporanei, pensò che bisognava combattere quell’ultima guerra. Era infatti opinione diffusa che l’intervento degli Alleati dovesse sconfiggere la minaccia militare tedesca e ristabilire definitivamente la pace in Europa. Fu in quegli anni in voga il cosiddetto «pacifismo guerrafondaio»: fare la guerra per far prevalere la pace una volta per tutte. L’esito di quella guerra e della successiva abbiamo avuto modo di apprenderlo dalla televisione, dai libri e dal cinema. Di fatto avrebbe prodotto nel giro di due decenni e mezzo una guerra mondiale ancora più devastante e una miriade di altre guerre ancora in atto.

Questo poeta ventenne, che sarebbe morto da tenente in prima linea a sette giorni dall’armistizio, ha saputo registrare con la penna dettagli minuti portandoli in primo piano pur mantenendo un quadro d’insieme del senso della guerra in guerra. Le sue accuse nei confronti delle politiche guerrafondaie sono sempre esplicite: «Se tu potessi udire, a ogni sussulto, il sangue / gargarizzare dai polmoni corrotti dalla bava, / Osceni come il cancro, amari come il bolo / Di vili piaghe incurabili sulle lingue degli innocenti,– / Amico mio, tu non diresti con tale acceso zelo / Ai figli anelanti qualche gloria disperata / La vecchia menzogna: Dulce et decorum est / Pro patri mori» (p. 28-31).

La retorica sulla guerra non interessava evidentemente il poeta. In una poesia d’amore, particolarissima per i paragoni fra l’amata e i giovani morti in battaglia, ogni caratteristica della bellezza femminile tradizionale (il pallore del viso, le labbra rosse, il lucore degli occhi ecc.) è come soverchiata dall’intensità cromatica dei soldati uccisi, per via del loro alto valore aggiunto morale, come si legge in «Greater Love» («Un amore più grande»). Di fronte a una cultura della guerra, che mi pare si stia propinando anche non troppo velatamente, è allora utile rifarsi ai racconti di chi la guerra l’ha fatta e non gli è affatto piaciuta.

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[pubblicato in: Notizie in… Controluce, n. VIII/10, ottobre 1999, p. 2.]