9 settembre 2009

«Gli aspiranti eroi dell'Irlanda. Eroismo e misoginia in Queneau» di Nicola D'Ugo





 Troppo buoni con le donne
 Raymond Queneau
 Einaudi
 Torino 1998
 Traduzione di Giuseppe Guglielmi
 EUR 7,50
 160 pp.
 ISBN: 88-06-14914-8





"–  Bzzz, fa la bomba."

La citazione che fa da epigrafe a questo articolo non è una battuta presa da un libro o da un buontempone in vena onomatopeica, ma è l’intero Capitolo LXII di un altro "eroico" romanzo di Raymond Queneau: Troppo buoni con le donne (On est toujours trop bon avec les femmes), pubblicato a Parigi nel 1971. Il disastro causato da una cannonata diretta ai protagonisti vien così anticipato con il semplice sibilo della bomba che viaggia dal cannone di una nave inglese verso un ufficio postale irlandese: da qui a lì, fra il desiderio di colpire bene il bersaglio e il timore d’essere colpiti. A mezz’aria, il semplice sibilo è addirittura impersonale: un oggetto-bomba che fa il volo cui lo hanno destinato, ormai irreversibile da chi lo ha lanciato e inevitabile per chi lo riceva.

Il capitolo risulta però molto comico: quello che lo precede ci aveva introdotto dei personaggi che alla propria pelle ci tengono assai. L’informalità e addirittura la mancanza di passione che ci mette lo scrittore nel dirci che, dopo tante bombe cadute a vuoto, ne è partita una che già sappiamo che ha il tiro aggiustato, rappresenta la completa indifferenza che il narratore ha per la sorte dei suoi protagonisti, di quei personaggi che egli stesso ha inventato (e quindi saranno in qualche modo importanti), e accende in noi la curiosità di sapere quello che gli capiterà.

Raymond Queneau, il fine pensatore, vive anzitutto nel suo linguaggio, fatto di una poesia e materialità espositiva che saltano dal comico al sentimentale, dallo sboccato all’aulico, dall’intraprendente al nostalgico, secondo dei movimenti dell’animo alterabili quanto lo sono quelli degli uomini tutti e, in particolare, dei suoi personaggi.

Ogni sua storia ci introduce in situazioni palpabili, ricche di dettagli di tutti i tipi. Qui il dettaglio estremizza la rappresentazione, per poi essere recuperato e rivelare un’estremità d’altro genere rispetto a quella precedentemente fornita dallo scrittore: una cupa scena da thriller scaturisce via via nell’accesa scena di sesso sfrenato che, a sua volta, va a stemperarsi nel sentimentalismo delicato di un riflesso di luna. Oppure, in un personaggio che va verso una donna imprigionata, l’amore sentimentale si fa amore carnale, che a sua volta si fa amore religioso (la parola amore è effettivamente insidiosa nella nostra cultura). Gli umori si modificano con lo scorrere delle righe, più che della pagina: dal broncio si passa al riso, dalla bestialità al dubbio sulla propria gentilezza, dall’avidità della carne all’anelito per i cieli eterei e immutabili, dalla necessità al vezzo.

Questo giocare con le parole e gli stili è il modo dello scrittore per farci assistere con leggerezza e chiarezza (solleticandoci fin anche con il macabro e il cattivo gusto) al grande carnevale della mente umana, a una sorta di schizofrenia a tempi ravvicinati, ma non per questo appesantita dal grigiore dell’inquietudine che caratterizza altri autori del Novecento: anzitutto Samuel Beckett e Jorge Luis Borges. Il distacco ironico dello scrittore francese ci rende –impiegando i personaggi come strumenti per tante differenti orchestrazioni– delle sorte di motivi musicali che assaporiamo quel tanto che basta per capire che un attimo dopo non contano già più. Resta una coerenza caratteriale di fondo per ciascun personaggio, formato dal proprio retroterra esperienziale, e destabilizzato spesso dagli eventi esterni, come se oltre al carattere e al modo di reagire ci fosse, come c’è, qualche altra parte dell’individuo più estesa dentro di sé. E continuiamo a cadere, trascinati di volta in volta, dentro quella musica.

In Troppo buoni con le donne, la follia umana, o meglio l’incapacità umana di dominare se stessi e di conoscere lo scenario in cui ci si muove (e che ci muove), è raccontata per mezzo di una situazione congeniale: gli uomini in guerra. Né guerra al fronte, né guerra mondiale: qui si tratta di un gruppo di uomini che imbracciano armi e che, sbarazzatisi degli impiegati, hanno preso possesso di un ufficio postale a Dublino. Ma basta questo per scatenare il meccanismo del branco, in una situazione che più della guerra sembra essere quello della rapina in banca. Trascinato ciascuno dall’impeto dell’idea che ha della secessione dal Regno Unito, i rivoluzionari irlandesi sono uomini che approfondiscono sul campo e a loro spese quell’idea. Alcuni graffiti espressivi anacronistici, come il motto rivoluzionario «Finnegans wake», spegne le loro azioni e i loro propositi, deviati da pensieri che nulla hanno a che fare con il motivo per cui avevano preso l’ufficio postale. In particolare, un imprevisto personaggio antirepubblicano li mette in subbuglio: un’impiegata trovata nei bagni dell’ufficio.

Lei è la causa di tutti i mali e di tutte le distrazioni. Ma è anche l’antagonista più acerrima che i rivoluzionari si trovano a fronteggiare. Il romanzo descrive piuttosto il combattimento del fronte interno, degli uomini contro la donna, che quello esterno, relegato a una serie di sparatorie. Il fronte interno tocca l’individuo peggio di quello esterno, fatto di anonimi soldati inglesi che non spaventano affatto i rivoluzionari. Quello interno è il fronte della parola e della carne: Gertie, la ragazza, ha tutto un armamentario dialettico, d’abbigliamento e fisico che sono in gran parte una novità gradita e mal gradita per ciascuno di loro, che hanno già ucciso a bruciapelo chi lanciava motti realisti (e ora si trovano a dover sentire addirittura delle tesi sulla loro follia di rivoluzionari), che sono stati per lo più con delle brutte prostitute e che non hanno mai visto un abbigliamento intimo così succinto e poco complicato come quello della ragazza.

Gertie è una peste in tutti i sensi: più che un personaggio coraggioso, è un personaggio talmente irriducibile nelle sue convinzioni e fuori della loro concezione della donna da metterne in crisi la sicurezza virile e militaresca. Ma ciò che più conta per lo scrittore francese è l’effetto reattivo che suscita negli uomini, potendo così far emergere le loro psicologie attraverso l’azione. In Gertie confluiscono non solo le polarizzazioni della carne, ma quelle dei discorsi antimonarchici che formano una dialettica discorsiva altrimenti improponibile, giacché il gruppo condivide delle idee di massima sugli inglesi e la rivoluzione irlandese. Mentre il direttore e l’usciere vengono freddati al primo «Dio salvi il Re!», la donna viene salvata in nome della «correttezza» verso le donne pretesa dal loro capo.

Il confluire di due conflitti dei protagonisti (lo spirito antimonarchico e la correttezza verso le donne) si trasforma nella forma di una impietosa misoginia. Noi crediamo di leggere questa misoginia, mentre invece leggiamo l’insorgere e l’effetto dei due conflitti: la forma esteriore che assume la vicenda è il più appariscente luogo comune sulle donne. Queneau mette in guardia fin dall’inizio dai luoghi comuni: mentre le impiegate non devono essere cacciate dall’ufficio con una pacca nel sedere, i loro colleghi di sesso maschile vengono malmenati, ma avrebbero gradito anche loro un po’ di correttezza. L’intelligenza di Queneau mira a raccontare e destabilizzare i luoghi comuni, ma mai in modo diretto, e spesso può capitare di rimanere anche noi impigliati nel meccanismo mentale che troviamo risibile nei personaggi.

Il romanzo misogino, dove la donna non è che un oggetto di piacere, una streghetta e una grande rompiscatole, è un altro romanzo sulle costrizioni mentali e banalità degli uomini. E l’ambìto eroismo cui anelano, un altro mito che passa nell’integrità ginecologica della ragazza.

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[pubblicato in: Notizie in... Controluce, n. IX/11, novembre 2000, p. 17.]