12 settembre 2009

«'Cortesie per gli ospiti' di Ian McEwan» di Nicola D'Ugo





 Cortesie per gli ospiti
 Ian McEwan
 Einaudi
 Torino 1997
 Traduzione di Stefania Bertola
 EUR 8,64
 140 pp.
 ISBN: 88-06-14386-7 




Dal 1983 a oggi la casa editrice torinese Einaudi avrebbe avuto modo di riprendere questo romanzo di Ian McEwan (nato nel 1948) e ritoccarne la traduzione. Invece la ripropone con tutti i difetti d'allora, rendendolo ora noioso e datato. Infatti, se nel caso dell'originale inglese, The Comfort of Strangers (1981), l'autore supplisce alle carenze di quell'approfondimento tematico che ha fatto dell'evoluzione del pensiero femminista uno dei capisaldi della cultura e del dibattito del secondo Novecento, lo si deve alla sua capacità di offrire uno stile sicuro, che sa cogliere la grande lezione dell'asciutto realismo di Ernest Hemingway e ricondurla oltre le cronologie del maestro.

Antecedente alle improbabili e provocatorie ipotesi di Will Self, ma posteriore di decenni alle riflessioni virali di William Burroughs, McEwan tenta in questo breve romanzo –che ha per protagonista una coppia di turisti inglesi in vacanza all'estero (Colin e Mary) avvicinati da uno sconosciuto del luogo (Robert)– di porre in relazione le nuove istanze del rapporto amoroso con i movimenti sadomasochistici della fine degli anni settanta: quella sorta di carnaio che in arte si ritrova nella figura parallela di Hermann Nitsch. In questo senso, il romanzo conserva l'aura tematica del proprio tempo.

La storia è condotta senza scossoni e colpi di scena eclatanti: aleggiano vagamente solo strani indizi, neppure troppo inquietanti, tutti stretti in pochi particolari. La minuzia descrittiva quasi ipermetonimica ha il pregio di indirizzare l'attenzione del lettore innanzitutto sull'aspetto visivo e già quasi cinematografico, muovendosi come una macchina da presa o uno sguardo reale fra un personaggio e l'altro. È qui che meglio si notano nell'originale le doti espressive di McEwan.

Di contro, la traduzione che ne ha fatto Stefania Bertola non ne asseconda la logica espressiva, né nella sintassi, né nel lessico, così importanti per la resa consequenziale delle immagini, come nell'incipit del capitolo «Nove» (p. 104).

Essere lì, in mezzo ai personaggi, nella stanza come uno di loro, è per McEwan di fondamentale importanza. Di qui la scelta un po' azzardata di far esplodere bruscamente in poche pagine finali l'impietosa recrudescenza degli antagonisti, di ribaltare la vittima in carnefice e di evidenziare l'individualità ridotta a mero corpo funzionale, «più specificatamente una fonte di informazioni e meno qualcuno per cui preoccuparsi.» Il nefasto esito della solidarietà femminile di Mary va allora a giustificare l'epigrafe del romanzo, non a caso preso in prestito da una poeta femminista americana di primo piano, Adrienne Rich:

    Abitavamo due mondi
    le figlie e le madri
    nel regno dei figli.

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[pubblicato in: Avvenimenti, n. X/19, 21 maggio 1997, p. 76.]