10 maggio 2016

«La madre», un racconto di Antonio Melillo

 

I.

La madre

la mia terra,
che fuor di sé mi serra,
vota d’amore

D. Alighieri

 

Quando accade, accogliere la morte e il dolore significherebbe non inspirare gli afrori della decomposizione? Le parole dette prima sono un autoinganno, come legate a brandelli di speranza.

***

Torcere il naso dalla pelle e dai gesti salati non era carino, ma il lenimento delle carezze era uno sforzo sul cuoio ruvido del capo scosso da un lato. Il letto, non d’una sposa, sconsacrato dalla malattia, dal corpo umiliato; il marito gli porgeva gli occhi che ricordano e s’immaginano la solitudine: i figli avevano comunque ancora una vita intera.

Qualcosa che non potesse essere orribile in quel momento non vi era; lei continuava a guardare – ad accusarmi – mentre quella maschera che l’aiutava a respirare s’impregnava di rosso come lagrime, un rantolo interminato.

Tre anni prima mi confessò il malore, le dissi di non preoccuparsi: era lo scirocco che secca la vita dal di dentro; senza sapere cosa significasse. La mattina, eccitata, mi aveva chiesto più volte di andare con lei in campagna, ricordava soltanto com’era camminare in mezzo al grano, aveva lo sguardo scintillante, una bimba; la madre le era morta in novembre e sembrava volersi ingannare con una passeggiata, interrotta, sempre un novembre, con i campi venduti e la vita possibile solo nella città del nord.

Le dissi di no, volevo correre gli amici, non contemplare, del resto non avevo ancora nulla da ricordare. Quando ritornai all’imbrunire, era in casa, sfiancata su una sedia; insistetti, come lei al mattino, ma con gli occhi sfioriti, di dirmi cosa avesse, invece mi evitava; la cena mancava sul tavolo, solo a quel punto, quasi volesse chiedere scusa, mi disse che aveva avuto un mancamento; non capii che lo stomaco la stava rigettando.

***

Forse rigettava non cibo. Se l’egoismo avesse permesso di intuire, avrei pregato, nonostante già sapessi da mia madre che la fede va a braccetto con la disperazione e che il dolore non permette di abbandonarsi al nulla.

***

La speranza, e il profumo dei cipressi.

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Quel giorno, mia cugina piangeva come fosse la figlia ed io la sostenevo: «Giocheranno a carte in cielo con la nonna e il nonno,» sorridendo, tacendo il pianto che ara dal di dentro; mio fratello, che non si capacitò: «Che giornata di sole, non poteva essere diversamente.»

Trattenevo lezioni sull’architettura funeraria per gli zii della Francia: volevo soffrire quando gli altri avrebbero incominciato a soffrire meno.

***

La malattia, se non sapesse di morte esisterebbe?

***

La malattia è meglio del nulla?

Curata pietosamente, è morta dopo un più lungo travaglio; era questa la maledizione ad Eva per mia madre?

Quando tornava a casa, a stento, le dava fastidio l’odore del cibo, ma cucinava lo stesso, anche l’ultima volta che andò in ospedale lasciò in frigo preparato il sugo.

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Come un terremoto disabitato, malattia e morte colpirebbero senza i sentimenti?

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Prima cantava in chiesa, ritentò spesso, ma la lingua le finiva agli angoli della bocca come un presagio.

***

Sorpresi più volte mio padre col naso affossato nel cuscino della compagna, capii che un solo colpo fece due vittime: lei non respirava, cercava lui di inspirare solo un odore…

La solitudine di chi muore è paragonabile soltanto alla solitudine di chi rimane della coppia.

Cerca passatempi nella musica, ma lo sguardo rimane lo stesso; pensare che nulla avrebbero fatto divisi; se non ci fossimo stati, i figli, sarebbe morto con lei.

***

La foto sulla lapide è lei accovacciata tra l’erba alta, il viso non con il solito sorriso; ricorda l’ultima vacanza al mare, molti anni prima. Ero ancora un frugoletto, con i pantaloncini e le ginocchia troppo sporche dal gioco (spesso mi costringeva nella vasca da bagno e tentava con una spugna di levarmi quel nero), non una riga sulla fronte, faceva fatica a starmi dietro; ora che non c’è sono flemmatico, forse perché non ho nessuno che corra a prendermi.

In quei momenti, quelle giornate, apparivano come un tempo da non ricordare, un presente dovuto, non un passato che non appartiene, una lettera recapitata per sbaglio.

***

L’ultima volta che uscì di casa era sorridente, sembrava che non stesse così male e mi consigliava di studiare bene l’esame di genetica; come potevo capire che una tale raccomandazione non poteva essere sintomo di bontà nel fisico? Del resto, qualche mese prima, un sabato sera, accovacciata nel letto con uno strano marchingegno pieno di lucine che la nutriva direttamente nell’intestino con la cadenza temporizzata dai medici, mi chiedeva, con la voce tumefatta, di non fare tardi, «non si sa mai cosa può succedere fuori casa», e perché in casa? Le avrei risposto, invece le dissi di non preoccuparsi di me, ma di lei; «ti ho tenuto per farti vivere nove mesi in pancia, come faccio a non preoccuparmi di te,» ribatté con il suo solito fervore, anche se molto spento, a quella mia affermazione che soltanto ora reputo stupida.

***

«Oggi è come se avessi un anno di vita,» mi disse in campagna dagli zii. Era passato quel tempo dopo che le avevano dati tre giorni di vita, voleva festeggiare, si permise un piccolo fiore di zucca fritto ed un pezzettino di torta con la panna; le avevano tolto i medici, penso fiduciosi, da qualche settimana la nutrizione artificiale e lei doveva rimparare a mangiare, come se fosse una bambina da svezzare. Quel giorno tentò una trasgressione alla dieta e felicemente notammo che la sera non subì alcun malore. In cuore pensai, speravo come al solito, che stesse guarendo, ma non pensai che un’altra malattia, una faina silenziosa, avrebbe potuto profittare della sua debolezza.

***

Ricordava.

Questo erano stati i suoi occhi fino all’ultimo.

Suo marito, lo stesso ora: i vestiti nascosti nei cassetti della camera da letto, intatti dal giorno del ricovero, assolato di luglio, conservati come reliquie dal funerale; trovai anche un rossetto, poco usato: mia madre non è che amasse molto metterlo per imbellettarsi.

Quando morì era mattina presto, un’ennesima alba – numerose sono anche dopo –; non ebbi il coraggio di vederla aldilà del séparé di plastica, i piedi erano già viola, segnati dalle pinze che sicuramente erano servite, con delle scosse elettriche, a cercare di rianimarla.

Strinsi, però, con l’affetto di tutta una vita la mano di mio padre che piangeva, mentre attendavamo la bara di latta per l’obitorio.

Quando questa giunse, la seguimmo per un lunghissimo corridoio buio, non ricordo se mai svoltammo, ma quella camminata mi acquietò, avrei proseguito così per sempre, era oltre la realtà, mistica; l’oscurità, finalmente la notte dei tempi, il suo corpo, giudicato buono, sarebbe risorto non deturpato dalla peste e noi l’avremmo seguita come una processione che sarebbe divenuta festosa.

Non rammento neppure la strada del ritorno a casa, ma ricordo che il sole splendeva troppo forte per essere novembre, troppo perché il mondo finisse.

***

Il corpo malato nel letto, la corazza inutile dell’insetto, morente col ventre all’aria.

***

Che cuore aveva mio padre, mentre la vedeva, quella notte, morire; immagino il via vai di medici ed infermieri che tentavano… e gli occhi di lei, come quelli del mattino: pieni di accuse.

***

Gli occhi, senza palpebre, ghiacciati all’insù, i capelli induriti sfregano contro la mano di mio padre che la carezza come fosse ancora viva, l’unico idratante sono le lagrime che cadono sulla fronte: che secchezza la morte.

 

II.

La colpa

E la speranza sperata da bimbo?
La vita intera per tutti in famiglia?
Non posso fare a meno di sentire per mio padre
le parole di Ba'al Shem Tov alla morte della moglie
(m’aspettavo di salire in cielo come Elia,
ma ora che sono solo la metà di un corpo, ciò non potrà più essere),
e sentirne la colpa.

 

 

L’ultimo mattino, soffriva negli occhi, m’invocava aiuto?

Ignaro in quel momento, cercavo qualcosa che potesse farci sperare…

Quegli occhi forse erano un atto di accusa.

***

D’inverno ti rintanavi in salotto, a guardare qualche telenovela sudamericana insieme a tua madre, a casa con noi, perché la vita in un paese dell’Alta Irpinia, durante la stagione fredda, per una donna anziana e acciaccata dall’artrosi, è davvero difficile.

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Ora la morte ha un mistero tangibile, che va aldilà dell’evidenza rigida del tuo corpo che più non batte.

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Dopo quel novembre, molte giornate le trascorro facendomi una domanda, ho la viva impressione di aver infierito egoisticamente sul tuo corpo già straziato. Volevo che non te ne andassi un’altra volta in ospedale, e quel sangue dalla bocca non era nulla, ti dicevo, tanto fra qualche settimana avrai la solita visita di controllo. Facevi affidamento sui miei studi di biologia e la passione per la medicina, ma non prendevi in considerazione, da madre, il senso negativo di un sentimento che viene dalla parte nera del cuore; un egoismo ti costrinse a ricoverarti quando era ormai troppo tardi; e quegli occhi, l’ultimo giorno che ti vidi viva, lo condannavano.

Pensavi a questo e mi guardavi, mentre inspiravi da un respiratore macchiato di rosso?

Molti dicono che in quegli attimi si ricorda, si ha paura, si pensa ai propri cari, e tu?

Quante angosce ed ansie strozzate in un pianto rattenuto, rannicchiato sotto lenzuola simili a quelle che ti hanno mantenuto fino all’ultima notte, ripetendo «mamma», come fosse il tuo nome, come fosse un’invocazione di perdono.

A questo si aggiunge il rimpianto per un gesto d’affetto lasciato cadere per vergogna, per pigrizia, gesto adesso su una lapide.

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Una morte come un subire, se la malattia a cinquant’anni… morire in vecchiaia è un fare.

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Perché quegli occhi, lo sguardo, in quell’ultimo giorno, la plastica del respiratore chiazzato di sangue?

Ricoverata in ritardo perché non voleva che andasse via da casa: un’ossessione della notte.

Solo un mese prima, durante il tuo penultimo ricovero, era venuto in ospedale con la rabbia di un voto non esaltante in zoologia, come se non conoscesse il tuo carattere, il quale, ad ogni sua preoccupazione, diveniva uno stare male, linfa vitale per una malattia mortale.

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Sarebbe meglio ricordarti solo nei momenti felici, al mare con i colori del cielo nel viso e nel sorriso, abbigliata con vesti vivaci, larghe e fresche, con il desiderio che non finisse mai il sole di vacanza, con la libertà di respirare l’aria.

Ma la possibilità concreta che lei possa essere morta per causa sua e quegli occhi fissi nei suoi, non permettono di alleggerire i pensieri.

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La consapevolezza di esistere solo dinnanzi alla morte.

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L’impossibilità di aiutare un caro, l’impossibilità di aiutare se stessi: consigliarle un presto ricovero con un solo gesto d’affetto.

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La malattia e quindi la morte, un giro di boa: s’interrompe un’esistenza per cominciarne un’altra con un posto vuoto accanto, con la consapevolezza che i pioppi, il mare, le colline, esistevano anche prima, ma non era necessario guardarle, esistevano in sé, come contorno alla vita in famiglia.

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Perché ogni malattia sembra debba condurre alla morte?

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Da tempo sapevi di essere malata, e non dicesti nulla; ma se avessi saputo prima sarebbe cambiato qualcosa?

Forse mi sarei abituato a lottare contro l’egoismo, magari vincerlo e così trattarti non perché rimanessi, in salute e malattia, sempre accanto a me, ma sarei stato in grado forse di trattarti come una bimba bisognosa nel letto di cure: avrei rimboccato le tue coperte, asciugato la fronte, accarezzato i capelli, guardato con occhi rassicuranti, ti avrei ricambiato con l’affetto.

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Inutile piangere per il nome sulla lapide, accarezzarla come fosse un viso integro.

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È stato sempre così tuo figlio: quando lo chiamavi sul letto battendo la mano accanto a dove eri sdraiata, correva con felice obbedienza, ma agli abbracci rispondeva divincolandosi.

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Il marito, ne soffre con un dolore simile alla paura; pensavo che dopo avrebbe voluto la casa piena di gente, invece rimane chiuso in una dimora enorme, costruita da un sogno della loro prima vita da sposati, come paralizzato ad uscire dalla vuotezza della solitudine.

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Fino a quando resisteranno i muri?

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Mia madre all’ospedale, la casa sottosopra; cosa avrà pensato quando, vedendola, tornava per piccoli periodi (che davano solo speranze): «Come faranno senza di me?» Non percepii mai dai suoi occhi una simile frase, finché non l’incrociai l’ultimo giorno; la casa, svuotarsi delle sue cose, una dopo l’altra: l’ultima ieri, un cappello, il letto, invece, è ancora lì, con mio padre; tento delle volte di alzarmi sulla punta dei piedi davanti alla stanza, come facevo da bimbo, per cercare di guardare oltre il vetro della porta e vedere se i miei sono ancora ad attendermi in quello stesso letto, tra loro.

Quel che le crebbe dentro, ha lasciato mio padre solo, con pochi passi e le parole silenziose con i medici nel cuore.

Lento, il tempo, è un vento che soffia. Lo sguardo nostalgico e acquoso.

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Non desidera i passi di un’altra donna lungo il corridoio; il sangue ha macchiato i vestiti, indelebile, resta così nella camera da letto a sperare che presto riascolterà i passi di lei.

Lascia le luci spente come in una casa vuota, eppure un tempo era vivamente abitata.

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Spesso lascia che la barba s’infoltisca, del resto cosa importa avere la guancia liscia o ruvida se non ha nessuno che la baci?

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Di lei non ne posso parlare con mio padre; le poche volte che ho fatto un accenno, sul suo volto non compariva sofferenza, rabbia, pietà, compassione, amore, questi sentimenti rimanevano ben nel fondo, ma compariva un’alienante imbarazzo.

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La consapevolezza è la mancanza: il suo viso, la voce, una sua carezza.

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Adesso che manca ci si rivolge alla promessa. Di non sperare più una futura gioia eterna, gli occhi vuoti, per abitare l’unica dimora e guardare la luce non più al fondo del cammino; è con una tale brama che s’insiste a correre la terra, ogni atto, improvvisato e occasionale o serio come il bambino che strilla con enorme convinzione, è l’esplicito tallonare quella casa riconciliante, quel luogo al di sopra, perché s’affretti ad essere, alla fine di tutto, non più miraggio aldilà dell’orizzonte, non più luogo dove avere memoria e speranza a sciupare la vita fino ad un’ansiosa e carnale consuetudine.

Alle spalle, un ripetersi di attimi, di infinite righe scritte sulla promessa.

Che rimane allora da fare?

Snocciolare le azioni, i viaggi, i racconti?

Le orme seminate sono state ripercorse da molti altri in ogni tempo, come diligenti segugi, cercando un altrove al destino. Dentro l’abitazione, alla soglia del Paradiso, null’altro potrà accadere; non una barriera, o un giardino di natura addomesticata che allieti l’attimo nel mondo, non un ricordo, un afrore del paese natio, di quando, bambini, si correva tra la stoppia del grano appena falciato, con le ginocchia e le caviglie graffiate dalla sfrenatezza, non un sonno che carezzi la fronte con il barlume di un ultimo mattino; solo allora il tempo avrà smesso di bruciare.

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La promessa, un rantolo, il cipresso.

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Le stanze della salvezza, il mondo, solo un albergo, anche se spesso tiepido con la moquette.

Accanto, sempre qualcuno a colpi di tosse, intossicato dal fumo, oltre la finestra nebbiosa, della promessa.

Allora, serrato tra le coperte; il muro freddo.

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Un giorno stette male e aveva gli occhi di mia madre mentre soffriva. Le cicale che sicuramente gli ricordavano la campagna, non si quietarono e riuscii ad addormentarsi solo per l’abitudine al suono; credo siano comuni alla stragrande maggioranza delle persone i pensieri patetici primi di addormentarsi in un meriggio afoso; mi confessò che cercava di eluderli, di pensare alla moglie in salute che si prendesse cura di lui.

La certezza però era che soffriva il caldo e la sonnolenza; nei momenti in cui un refolo lasciava percepire fresche le goccioline di sudore lungo la pancia, aveva attimi di euforia, interrotti a forza dalla consapevolezza che, quello stesso sudore, avrebbe potuto lasciare un’orma del corpo sul lenzuolo. Erano anche chiari allo sguardo gli oggetti unti dal grasso della pelle. In quello stato di malattia, di febbre alta, come mi confermò, aveva dei momenti alternati di presenza ed assenza di lei: l’orma del suo corpo sul letto d’ospedale poco prima che morisse, le impronte delle dita sulle bomboniere, l’assenza invece era nell’afa che lo lasciava inerte.

Per levarlo dal torpore di quel sofferente meriggiare, gli portai una bibita fresca, mi carezzò il capo e quando gli incrociai gli occhi capii che stava guardando non me; fece cenno di alzarmi afferrandomi dalla vita: «Bisogna fare qualche commissione?»: uno dei loro passatempi preferiti, dopo entrati in pensione, andare in giro per supermercati, cercare quello che avesse il migliore rapporto di qualità e prezzo e, con la scusa di questa ricerca, si prendevano l’occasione di guardare luoghi nuovi della vallata in cui abitavano.

Per fargli capire che ero solo suo figlio gli lasciai le braccia a spenzoloni e, mentre era tutto ricurvo, gli sprimacciavo il cuscino.

«Non tutti in punto di morte soffrono il freddo,» mi disse; certo è però che l’attimo prima smettono di soffrire, del resto la morte non ha nulla a che fare con il dolore, intrinseco alla vita.

Si morse il labbro e si portò i capelli dietro l’orecchio come fosse un gesto di lei, mentre tentava di finire la bibita.

Sembrava soffrisse non una malattia in corpo, ma che gli era rimasto da vivere solo tempo per ricordare.

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Di sera, capita di ritirarsi ognuno nella propria stanza, ognuno con i propri pensieri di lei: le parole, i suoi sguardi, le tante risate.

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Questa estate ritornai dopo alcuni anni alla casa abitata fino all’adolescenza, rividi dalle spalle, senza salutarlo, un amico che non avevo più rincontrato da allora; in tutto questo tempo, quando mi capitava di pensare a quegli anni, credevo di figurarmelo bene: il suo aspetto, il suo modo di camminare, i suoi gesti. L’ho seguito per la strada senza farmi accorgere e più lo guardavo, più tutte le consapevolezze della memoria si sfaldavano; cominciavo a chiedermi se era cambiato o se il ricordo era fallace: zoppicava leggermente sul ginocchio destro, aveva come un tic alla mano cadenzando il pollice strofinato tra le dita; tutto questo era di lui già allora, ma non le riconoscevo, svanite per una selezione mentale?

Lo stesso accade sicuramente per mia madre, su di lei forse già, come una macchia, si stanno allargando scelte frutto della memoria; allora è ipocrisia dire che rimarrà viva o intatta nel ricordo, si sfocherà l’immagine e potrò rimanere innamorato solo di questa, non di lei com’era; la memoria quindi non è un riaffermare una realtà scomparsa, ma è falsità, inganno, poiché ritaglia quello che si vuole ricordare, non l’interezza del passato.

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La vita di un tempo non gli ritornerà: gli scherzi, le discussioni, le notti nel letto, le gite in montagna; da quando lei non c’è queste cose le sono finite, sono del passato: quando questo tempo prende il sopravvento, gli altri ne sono condizionati.

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Il Paradiso sarebbe riaverti.

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Ad ogni primavera tutto si rinnova, tranne te.

Così ogni anno ti manca confortare tuo figlio, anche se non sarebbe più tempo di tenerlo sulle ginocchia; la morte non è stata solo un togliere una madre, ma anche toglierti un figlio, l’istinto materno: la separazione è strazio anche per chi se ne va.

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Eppure alcune diagnosi, alcune parole dei medici, lasciavano che sperassimo, in realtà erano soltanto giochi per un più lungo supplizio.

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Il dolore somiglia all’attesa, entrambi danno l’impressione che il mondo sia un’eterna provvisorietà.

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Il dolore nel corpo è un lento incendio.

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L’egoismo caratterizza ogni riga, ogni invocazione di ritorno, non penso a lei, al fatto che possa risoffrire una malattia del corpo, il mio malanno mentale può reperire sempre una via d’uscita, quello che segna il corpo porta inesorabilmente alla morte.

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La perdita di una persona amata, non è la fine dell’amore, ma una delle sue tappe, una fase nuova, diversa dalla situazione precedente al conoscersi.

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Non posso dire cosa ero prima di conoscere mia madre, ogni cosa ha iniziato ad esistere con lei, ora che non c’è, che rimango dietro persiane socchiuse, non so assolutamente quale valore dare agli alberi, ai tramonti, alle colline della sua terra, forse soltanto ad un mio eventuale figlio potrò dare un senso aldilà di lei.

Antonio Melillo