9 giugno 2014

«‘Tra Shakti e Maya’ . Conversazione con Sabina Vannucci», di Doriano Fasoli

Sabina Vannucci è un architetto. È nata a Roma, la città in cui vive. Ha molto viaggiato. Nel corso della sua attività professionale ha illustrato libri scientifici, didattici e per ragazzi, ha fatto progettazione d'interni, si è occupata di piani di sviluppo sostenibile e ha facilitato processi di progettazione partecipata con diverse comunità locali italiane. Nel 2004 ha pubblicato con Raymond Lorenzo per l'Apat (oggi Ispra) il manuale Agenda 21 locale 2003. Dall'Agenda all'azione, e diversi contributi a rapporti di educazione ambientale, contabilità ambientale e strumenti di pianificazione ambientale del Comune di Roma. Ha insegnato e fatto formazione nelle discipline dell'arte, dell'architettura e dello sviluppo sostenibile. In un processo di ricerca della propria autenticità e con l'intento di aprire alternative per affrontare una crisi economica che rende difficile la professione, in tempi recenti ha recuperato le sue attività giovanili approfondendone lo studio e integrandole con l'uso dei nuovi media digitali e con la scrittura e la sperimentazione di forme diverse di arte visiva: fotografia, digital art, grafica, pittura, video making. I suoi lavori sono stati esposti in occasione di mostre personali a Roma e di collettive come «Detenzioni» 2012 e 2013 a Torino e «Per Appiam» 2014 a Roma.
Tra Shakti e Maya, che ha vinto la prima edizione del Premio Letterario Verbavolant a Castelnuovo di Porto, è il suo primo libro di poesie, edito da Terre Sommerse nel 2013.

Doriano Fasoli: Vannucci, quando hai scoperto la tua vena creativa?

Sabina Vannucci: Della prima poesia ricordo con tenerezza il momento in cui ho cercato con urgenza carta e penna. Avevo circa dieci anni, su una terrazza affacciata sul lago di Bled, una notte in Slovenia. Provavo emozioni. Le parole che mi attraversavano la mente erano semplici, ma il loro suono aveva l'andamento dello sciabordio del lago: la cosa mi colpì e così decisi di scriverle. Da allora ho continuato a scrivere poesie fino ai venticinque anni circa. Ho un quaderno, scritto a mano con la biro, in cui si vedono evolvere sia la scrittura sia la calligrafia. Poi basta.
Nei vent'anni successivi, nulla. Avevo continuato a scrivere molto, molti 'scritti da cassetto', ma poesie, mai più. Ho ripreso quando, durante un periodo molto duro della mia vita, ho fatto un confronto estremo con me stessa, un confronto che non ammetteva fughe e mi sono detta: «Ma a te cosa ti piace davvero più di tutto?» E sono riaffiorate cose dimenticate. Così dopo anni tecnici, di architettura, ho ripreso anche ciò che avevo fatto languire, ovvero la poesia, il disegno e la pittura. Ho ripreso a scrivere poesie come una furia, bloccandomi sul motorino a metà di un percorso, o in metropolitana. Anche nei momenti più assurdi, se c'è bisogno, tuttora mi fermo e scrivo.

Quando le scrivi hai presente un pubblico?

Mai. Ho scoperto l'esistenza di una possibile relazione con un pubblico quando mi son tornati indietro i primi riscontri, che in effetti mi hanno stupito. Non avevo considerato l'eventualità di muovere emozioni anche in altre persone. Il primo libro – ne ho finito un'altro, che è attualmente in cerca di pubblicazione – l'ho cominciato a scrivere come un'alternativa al percorso analitico, che avevo dovuto interrompere. È stata una psicoanalisi autarchica. Cercavo la mia verità e questa, in genere, è una cosa che si fa in privato. Però, una delle sorprese più preziose e piacevoli per me, ora, è sentire le interpretazioni che vengono fatte delle mie poesie, mi raccontano cose nuove, che io stessa non vedo. Amo quando ciò che scrivo arriva al cuore di qualcuno cambiando, a quel punto, forma e essenza. Amo quel momento in cui la poesia non è più mia, ma diventa di chi la legge.

Senti intimamente una maggiore propensione verso l'immagine o verso l'espressione poetica?

Son due linguaggi che mi chiamano alternativamente. Io semplicemente li ascolto e prendo o la penna o il pennello o una forma da forgiare o uno spazio da progettare. Quando uso la poesia però, sento che i miei limiti mi sono meno d'intralcio, rispetto ad altre forme espressive. Con la poesia riesco ad andare più a fondo dov'è che voglio arrivare. È più intima. La progettazione è il mio mestiere; mentre la pittura la sento maggiormente come un gioco; lì mi perdono di più, le volte in cui 'ci giro intorno' o in cui tento invano di dire esattamente, con l'immagine, ciò che intendo.

Come viene fuori un titolo?

Il titolo di una mia poesia in genere arriva alla fine, lo cerco tra le righe di ciò che ho scritto. Quando comincio a scrivere lo faccio perché ho una sensazione intensa, che però non riesco a capire e a catturare del tutto fintanto che non è scritta. Scopro il senso di ciò sentivo di voler trasformare in parole, pienamente, soltanto a poesia finita; e il titolo chiude il percorso.

Quali sono le tue predilezioni letterarie?

Ho avuto veri incontri d'amore nel corso della mia vita di lettrice. Tra le grandi passioni che mi hanno dato tanto ci sono stati senz'altro Italo Calvino, Marguerite Yourcenar, Henry James, Emily Dickinson, Eugenio Montale, Heinrich Böll, Christa Wolf e Pasolini. Non sono scrittori che abbiano molto in comune, se non il fatto, per me, che maggiormente, rispetto ad altri, il leggerli scivola senza necessità di comprensioni dritto dagli occhi al cuore. L'incontro con loro per me è riposante, come gli incontri che si hanno con quei rarissimi amici con cui ci si comprende ancora prima di cominciare a parlare. In questo senso, ad esempio, amo anche leggere Jorge Amado: e mi dispiace non conoscere il portoghese, perché intuisco che debba esserci un linguaggio gustoso e una gioia sonora speciale nei testi originali dei suoi libri, di cui io non posso godere pienamente. Amo molto la sonorità delle parole. A volte infatti mi piace scrivere come se componessi musica, e in quei casi il senso diventa quasi secondario, rispetto al gioco vocale del testo.

Se dovessi dare un colore alle tue poesie, quale sceglieresti?

Ogni poesia che scrivo ha il suo colore. Anzi, per me spesso le parole arrivano dopo che un colore, un odore, un suono o un gusto hanno imposto la loro presenza. Ho poesie metalliche, rugginose o d'acciaio, altre bianche, altre che hanno il colore del chiarore che fa una lampadina nella notte. Alcune hanno colori pastello: in genere sono quelle in cui faccio giochi di parole, quelle affollate di persone o quelle in cui rido. Quelle in cui respiro e cerco espansione sono cilestrine, semitrasparenti o gialle come il sole. Le più sofferenti hanno il colore del petrolio e sono di un nero sporco, denso, sbavato di marrone ai bordi, sono pozze scure con iridescenze mutevoli e sorprendenti. Sono di un colore che non si comprende se sia orribile o bellissimo.

(giugno 2014)