2 giugno 2014

«Crisi editoriale e crisi letteraria», di Nicola d'Ugo







Credo che il problema della crisi editoriale di cui si parla non sia tanto individuabile nei libri in quanto tali, ma nel crollo del romanzo come modalità espressiva, il quale ha perlopiù smesso di parlare di temi seri, ossia militanti e ideologicamente forti, qual esso era per i grandi narratori dell’Ottocento (Stendhal, Byron, Balzac, Puškin, Hugo, Dickens, Dostoevskij, Flaubert, Tolstoj, Zola, France, d’Annunzio, ecc. ecc.). Oggi il suo ruolo lo hanno preso la televisione e il cinema, senza colpo ferire. Ma tranne Zamjatin, Tanizaki, Platonov, Orwell, Sartre, Moravia, Camus, Solženicyn, Pasolini, García Márquez, Ōe, Smiley, Murakami e altri che hanno continuato a pensare il romanzo e la saggistica con finalità militanti ottocentesche pur in nuova e originale veste, gli scrittori si sono perlopiù adagiati a fare contratti coi grossi gruppi editoriali, perdendo la propria autonomia necessaria e fondamentale e utile per affiancarsi ai soli autori impegnati umanamente. Il che gli si è rivoltato contro in termini di pubblicità, per cui ogni cosa che essi scrivono, anche seria e impegnata, finisce per esser pubblicizzata come forma di intrattenimento.

Questo andamento editoriale antistorico, che fa della letteratura intrattenimento e dell’intrattenimento letteratura, come tutte le forzature mercantili non funziona più. Gli uomini amano quella forma espressiva che si chiama letteratura, da che mondo è mondo, e per gli intrattenimenti cambiano ad libitum prendendo questo e quello a seconda delle proposte che gli si parano davanti.

L’era digitale e del print on demand sta mettendo a dura prova meccanismi editoriali come il nostro, che non ha neppure un secolo di vita, nel senso che i tantissimi editori di cui in pochi si sono comprati i marchi avevano una logica editoriale indipendente e non volta al profitto ab origine. Sta agli autori assumersi le proprie responsabilità, come facevano i romanzieri dell’Ottocento, e scegliere e imporre i mezzi più adatti alla circolazione delle proprie opere, anziché accettare ciecamente quelli che gli vengono proposti dai portatori di marchi e, forse, di profitti economici.

Sono contento che in America abbiano compreso questo problema, e che stiano assegnando sempre più i Premi Pulitzer, negli ultimi anni, a opere di editori indipendenti e di editori non a scopo di lucro, spesso facendo conoscere autori per nulla pubblicizzati dal sistema editoriale made in USA, ma, a giudizio della Fondazione Pulitzer, più importanti di quelli famosi. È una delle poche funzioni che ancora rivestono i premi letterari, il pubblicizzare i meritevoli trascurati. Per il resto, l’invenzione dei premi non è mai servita a nulla che a far cassetta e propaganda.

Ovviamente, chi vince il Pulitzer diventa famoso dal giorno alla notte. La struttura del Pulitzer e il testamento del suo fondadore hanno l’orgoglio di basarsi ben poco sulle interferenze esterne e sul denaro, e di attenersi a principi fortemente imbevuti di un’America che non c’è più nelle sue istituzioni nazionali, ossia quell’America libertaria tesa a difendere i diritti civili in modo progressista, e che ha avuto purtroppo a che fare, nell’ultimo mezzo secoli, coi falchi liberticidi o cogli assassini planetari che vanno da Truman a Obama con colpo ferire e ferite profondissime da portare.

Il secondo più importante premio di narrativa americano, il National Book Award, ha ammesso da alcuni anni la partecipazione anche delle opere pubblicate in ebook, in modo da rendere più visibili le edizioni indipendenti, valutarle ed eventualmente premiarle al posto di quelle che escono in cartaceo. Questo per rilanciare la letteratura a fronte di un incremento epocale della gamma di formati e materiali fisici in cui essa viene pubblicata.