16 novembre 2013

«Fuori posto: 1. Avevano detto che», anteprima del primo capitolo del romanzo di Stella Sacchini

Stella Sacchini, in una foto di Silvia Gambini


In occasione della pubblicazione del romanzo Fuori posto di Stella Sacchini, se ne presenta qui il primo capitolo in forma integrale. Il romanzo uscirà a giorni per i tipi Coazinzola Press.


Stella Sacchini

Fuori posto
romanzo

Coazinzola Press 2013

 

1
Avevano detto che

 

Avevano detto che l’avrebbero messa nella stanza delle bambine. Gliel’avevano promesso. Ripetevano: Vedrai, ti troverai bene qui. Qui, hanno tutti più o meno la tua età.

Sarà divertente, e farai nuove amicizie.

Il Posto era grande. Ma grande enorme, non grande e basta.

All’entrata principale, c’era una signorina curata, molto per bene, che ti diceva dove dovevi andare. E all’entrata principale, c’era pure l’ascensore. A destra e a sinistra partivano due corridoi che li guardavi per un po’, poi sparivano. C’erano delle frecce, però, appiccicate a terra: frecce rosse, frecce gialle, frecce verdi. Come le linee della metro. Ti dicevano dove dovevi andare, meglio della signorina curata.

Un corridoio – la bambina l’avrebbe scoperto solo qualche giorno dopo – non si ricollegava a nessuna scala. Moriva lì: a piano terra. Un fiotto di celle in cemento, un ingorgo di lavori in corso. Qui le frecce finivano quasi subito, dopo le prime due o tre stanze attrezzate.

L’altro corridoio, invece, portava ai piani superiori. Primo, secondo, terzo; rosso, giallo, verde: porte, corridoi, stanze, targhette, neon.

In ascensore potevano andare dieci persone alla volta. Quel giorno erano in undici, ma la bambina non contava. Pesava sì e no trenta chili, la bambina. Dicevano i grandi che faceva lo stesso.

Durante la sua lunga permanenza nel Posto, alla bambina era permesso prendere l’ascensore quattro volte al giorno: due discese al piano zero e due risalite al piano uno. Più la salita al piano uno il giorno che arrivò e la discesa al piano zero il giorno che uscì dal Posto. Le altre salite e le altre discese che la bambina fece erano viaggi clandestini, evasioni meticolosamente organizzate su carta.

Avrebbe dovuto essere una giornata umida quella in cui la bambina mise piede nel Posto per la prima volta. Quando alla fine del primo giorno scriveva nel suo quadernetto giallo con la palma e il surfista, scriveva che pioveva, fuori, quella mattina quando era arrivata. Che c’era poca luce. Che era una giornata “fredda, cupa, lugubre”. Che era novembre e le foglie cadevano o erano cadute già. Che pioveva anche la settimana prima e che, di sicuro, avrebbe piovuto anche la settimana dopo.

Aveva scritto che la giornata era “lugubre”. Era da un po’ che aspettava l’occasione giusta per usare quella parola, letta da qualche parte, una volta. Si sentì bene, perfettamente soddisfatta, quando la scrisse nel quadernetto giallo, per la prima volta in vita sua.

Era il quattordici maggio quando la bambina salì al primo piano, nella sua unica salita ufficiale.

La stanza dove fu sistemata era un rettangolo stretto. Tre letti in fila sul lato lungo. Di fronte ai letti esterni due finestre.

Di fronte al letto in mezzo, il muro tra le finestre. Il letto della bambina era il letto in mezzo.

Quando la bambina entrò non c’era nessuno nella stanza.

Le sue compagne erano fuori, forse stavano partecipando a una delle tante attività del Posto.

La signorina (un’altra, tutta bianca e con gli occhiali) appoggiò il borsone della bambina ai piedi del letto, contro il muro, poi se ne andò.

La bambina si mise a sedere sul letto e appoggiò la schiena sul cuscino che aveva sistemato a mo’ di spalliera. E si sporgeva un po’ a destra e un po’ a sinistra per vedere com’era fuori. Pioveva, c’era il sole, pioveva, c’era il sole. Pioveva.

La bambina cominciò a immaginarsi le sue compagne di stanza.

Sul letto a destra c’era sicuro una bambina alta, forse un po’ più grande di lei. Della prima media. Aveva capelli lunghi, biondi. Quando se li scostava dagli occhi, mentre leggeva – la bambina del letto a destra leggeva molto, soprattutto libri di mostri e vampiri – li mandava indietro e quelli le restavano dritti, come fili di paglia. La bambina a destra si chiamava Anna o Lilly o Chiara. Parlava poco, guardava la bambina quando lei non la guardava. Se, all’improvviso, la bambina si girava dalla sua parte, lei – che la stava guardando – rificcava il naso dentro al libro a velocità supersonica.

La bambina a sinistra mangiava di nascosto. La bambina del letto in mezzo non capiva da dove arrivassero tutti quei biscottini, cracker, grissini, merendine, caramelle, cioccolate.

Le tirava fuori, ogni volta, da un posto diverso: dal cuscino, dal materasso, dal comodino, dal pigiama, da sotto il letto. La bambina a sinistra sapeva bene che era vietato dal regolamento mangiare cose che non venivano dal Posto, che non ti somministravano quelli del Posto. Così aveva sviluppato l’arte – prestigiatrice – del cibo a scomparsa.

Nessuna briciola, nessuna impronta al cacao, nessuna cartaccia.

Ma non finiva qui: le cose che mangiava non solo non lasciavano tracce dietro di sé, ma spuntavano letteralmente dal nulla. La bambina del letto in mezzo lo sapeva per certo perché, quando la bambina a sinistra non c’era, lei apriva i cassetti del suo comodino, guardava sotto il letto, dentro al cuscino, tra la maglia e i pantaloni del suo pigiama.

Niente, non trovava mai niente. Non c’era niente, almeno finché non tornava, insieme al suo esercito tutto da gustare.

La bambina a sinistra si chiamava Manuela. Di sicuro.

La bambina del letto in mezzo giocava con la bambina del letto a destra e con la bambina del letto a sinistra.

Erano ormai le cinque del pomeriggio, quando le compagne di stanza della bambina tornarono dalle attività del Posto.

A fare il loro ingresso, nella decima stanza a sinistra, non furono la bambina del letto a destra e la bambina del letto a sinistra, bensì la signora del letto a destra e la signora del letto a sinistra.

La signora del letto a destra aveva gli occhiali. Leggeva i giornali dell’uncinetto. Prendeva le medicine e non guardava mai la bambina del letto in mezzo.

La signora del letto a sinistra era grassa e aveva le tendine sotto le braccia. Non aveva il pigiama, ma la camicia da notte, e dentro nemmeno un cioccolatino. Non mangiava i biscotti che faceva spuntare dal cuscino. Fuori c’era il sole.

La signora a destra, di notte, dormiva sul fianco destro.

La signora a sinistra, di notte, dormiva sul fianco sinistro.

La bambina del letto in mezzo, la notte, dormiva a pancia in su.

Io non dormivo mai.

 

[ dal romanzo di Stella Sacchini, Fuori posto, Coazinzola Press, Mompeo 2013. ]