3 giugno 2013

«Lucio Colletti e 'Società'» di Luciano Albanese










Società è stata una rivista, prima trimestrale e poi bimestrale, espressione diretta della politica culturale del PCI. Essa vide la luce nel gennaio del 1945 e cessò le pubblicazioni nel 1962, passando successivamente per due diversi editori, prima Einaudi e poi Parenti. In questo arco di tempo essa raccolse i contributi di firme prestigiose. Citiamo fra queste Delio Cantimori, Cesare Luporini, Natalino Sapegno, Ernesto de Martino, ma l’elenco potrebbe continuare per alcune pagine, perché praticamente buona parte della cultura italiana del dopoguerra offrì i propri contributi alla rivista. In un certo senso, si potrebbe dire: «Era difficile restarne fuori»; e questo vale anche per Lucio Colletti.

La partecipazione di Lucio Colletti a Società rappresenta un momento importante tanto nel suo percorso intellettuale e politico quanto nella storia del marxismo italiano e nelle vicende politiche ad esso direttamente o indirettamente conseguenti. Nell’«Intervista politico-filosofica» del ’74 Colletti, sollecitato dall’intervistatore (che era Perry Anderson, direttore della prestigiosa rivista inglese New Left Review, dove l’intervista era stata originariamente pubblicata in lingua inglese, nell’estate del ’74, prima di comparire in italiano per i tipi di Laterza nel dicembre dello stesso anno), si sofferma a lungo sull’esperienza di Società. Colletti aveva iniziato a collaborare con la rivista culturale del Partito Comunista Italiano nel 1952, con lo pseudonimo di Giovanni Cherubini. Colletti era allora impiegato al Ministero degli Affari Esteri, dove era stato chiamato da Carlo Sforza, e gli sembrò più opportuno non usare il suo nome, che peraltro cominciò ad usare dopo solo un anno. L’espediente dovette sembrargli inutile, dal momento che egli si era iscritto al PCI già nel 1949, e la cosa non era certo passata inosservata.

I contributi di Colletti a Società furono numerosi e di grande rilievo, sia come recensore che come saggista. Ma il rapporto con la rivista divenne ancora più stretto dopo i fatti di Ungheria, perché dal 1957 Colletti, insieme a Della Volpe e ad altri esponenti del gruppo dellavolpiano, fra cui Mario Rossi, Nicolao Merker e Giulio Pietranera, il valoroso storico dell’economia classica prematuramente scomparso, entrò a far parte del comitato di direzione (anche se il suo nome compare in realtà fra i membri del comitato solo a partire dal 1959). La cosa può apparire paradossale, se si pensa che Colletti era stato l’estensore materiale del cosiddetto Manifesto dei 101, con cui un folto gruppo di intellettuali aveva preso posizione contro l’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria, e quindi contro la linea ufficiale del PCI. L’episodio è ricordato, con un misto di ironia e di nostalgia, da Luciano Cafagna:

Il famoso Manifesto dei 101 intellettuali fu scritto sul tavolo da cucina della mia casa di allora, un appartamento a Palazzo Doria. Avevamo cominciato a scriverlo Sirugo e io, quando Lucio piombò come un falco e ne volle assumere d’imperio la redazione.1

Nonostante ciò Colletti non volle uscire dal PCI, come fecero molti dei firmatari del manifesto. Da un lato, la scelta di campo fatta nel ’49 gli sembrava ancora valida, e dall’altro egli tentava da tempo di imprimere al marxismo, e al comunismo stesso, una impronta scientifica e radicalmente democratica, un obiettivo che gli sembrava difficilmente raggiungibile lavorando all’esterno di un partito che, quali che fossero i suoi difetti, godeva della fiducia e del consenso della gran massa delle classi lavoratrici.

L’ingresso nel comitato di direzione di Società viene così ricordato da Colletti:

Dopo l’insurrezione di Budapest la maggior parte dei professori comunisti italiani abbandonò il partito, che si trovò praticamente privo di luminari accademici. Uno dei pochi professori che era rimasto nel partito era Della Volpe. Questa nuova situazione indusse Mario Alicata – che era allora il responsabile della politica culturale del partito e che, va detto, era un uomo di grande intelligenza – a mutare il proprio atteggiamento verso Della Volpe, che era stato fino a quel momento bandito, dal punto di vista intellettuale, all’interno del partito. Il risultato fu che Della Volpe venne finalmente accolto nella direzione di Società, e con lui buona parte della tendenza dellavolpiana, compreso Giulio Pietranera (che è morto ieri) e me. Durò così fino al 1962. In quell’anno, il partito decise di sciogliere Società per motivi che non erano solo ideologici ma anche politici. 2

I motivi della decisione del PCI sono ricondotti da Colletti al progressivo spostamento della rivista su posizioni di radicalismo democratico di sinistra. Queste posizioni, di cui Colletti, come vedremo, era il maggiore artefice, influirono in misura crescente sulla nuova generazione di giovani comunisti che dopo i fatti del luglio del ’60, che provocarono la caduta del governo Tambroni, erano affluiti in massa nel Partito Comunista. Il gruppo dirigente della Federazione Giovanile del partito, in particolare, sembrava quello che aveva subito la maggiore influenza del gruppo dellavolpiano legato a Società. Nel timore, non del tutto ingiustificato, di perdere il controllo di queste forze, che avevano restituito linfa vitale al partito, «il gruppo dirigente del PCI decise di sciogliere Società come la loro principale fonte di ispirazione teorica».3

Le posizioni teoriche che davano maggiori preoccupazioni al partito, come ho detto, erano in realtà soprattutto quelle dello stesso Colletti, che possono essere così riassunte in modo certamente troppo sintetico (un esame più dettagliato dei contributi di Colletti verrà fatto nelle pagine successive): sul piano strettamente filosofico, le posizioni di Colletti, ispirate da Della Volpe, osteggiavano tanto il materialismo dialettico sovietico quanto la filosofia idealistica di Benedetto Croce e più in generale tutta la tradizione idealistica che partiva da Hegel. Il materialismo dialettico o Diamat era la dottrina ufficiale dell’Unione Sovietica, e ovviamente trovava buona accoglienza anche all’interno del partito. Peraltro, Palmiro Togliatti in persona aveva favorito da tempo una sintesi fra il pensiero di Croce e quello di Gramsci, che rappresentava una sorta di ‘via italiana alla filosofia’ e che poteva servire anche come elemento di distinzione dall’Unione Sovietica. In entrambi i casi, è facile capire come le posizioni di Colletti potessero creare qualche difficoltà alla politica culturale ufficiale del PCI.

Ma altre, maggiori difficoltà erano create dalle posizioni di filosofia politica, che si traducevano in posizioni politiche tout court. La linea politica del PCI, all’epoca, puntava ad una piena realizzazione della Costituzione, di cui il partito era stato uno degli artefici, e quindi ad una piena realizzazione dello «Stato di diritto». Ma nella visione di Colletti lo Stato di diritto non era altro che lo Stato liberale-borghese. Esso non solo esisteva già, e quindi era superfluo chiederne la piena realizzazione, ma era tutt’altra cosa da uno Stato realmente democratico. Il modello che Colletti teneva costantemente presente, in questi anni (e che non abbandonò fino al ’74) era, in buona sostanza, quello disegnato da Rousseau nel Contratto sociale (e ripreso da Marx nella Critica del diritto statuale hegeliano e negli scritti sulla Comune di Parigi), imperniato sulla democrazia diretta e sul ‘mandato imperative’. Si trattava di un modello politico che fuoriusciva dal quadro istituzionale disegnato dalla Costituzione, che invece faceva perno sul mandato rappresentativo e sull’autonomia e l’indipendenza del parlamento dall’elettorato. Questo modello istituzionale era in ultima analisi un prodotto della Rivoluzione francese del 1789, che – assumendo in proprio le funzioni tradizionali della regalità – aveva proclamato il parlamento «rappresentante di tutta la nazione», e conseguentemente abolito il mandato imperativo, che veniva ancora esercitato, alla vigilia della Rivoluzione, dai partecipanti agli Stati generali. Va precisato che l’unica costituzione moderna che avesse introdotto il mandato imperativo, recuperando implicitamente il concetto roussoiano di «commissari del popolo», era quella sovietica, e (sebbene si trattasse di una mera dichiarazione di principio) ciò poteva creare nuove difficoltà ad un partito che già pensava ad una ‘via italiana al socialismo’.

La goccia che fece traboccare il vaso fu sicuramente il saggio di Colletti «Stato di diritto e sovranità popolare», pubblicato su Società nel novembre-dicembre del 1960. Il saggio è, in buona sostanza, una critica della rappresentanza e del parlamento stesso come organo separato e irresponsabile nei confronti dell’elettorato. Nelle lezioni di filosofia politica tenute in quegli stessi anni all'Istituto Gramsci Colletti si era spinto a definire il parlamento, per tali motivi, una istituzione antidemocratica, ma lì si rivolgeva a un uditorio ristretto.4 Su Società non si spinge a tanto, ma sostanzialmente una cosa del genere è fatta emergere, in modo molto sottile, per bocca di Hans Kelsen, il maggior teorico del diritto e del positivismo giuridico del secolo appena trascorso, che pur essendo un sostenitore del parlamento era influenzato dalla tradizione democratica radicale di stampo roussoiano. L’imbarazzo della direzione politica del partito emerge chiaramente in una nota posta al titolo del saggio, in cui si legge che «la Direzione della rivista conta di riprendere e sviluppare sulle pagine di Società alcuni dei temi toccati nel presente articolo». In realtà si ebbe solo una risposta da parte di Valentino Gerratana,5 poi la rivista, come ho detto, cessò le pubblicazioni.

Per valutare appieno la profonda influenza esercitata da Colletti in quegli anni e negli anni successivi al 1964, anno di uscita dal PCI, bisogna pensare che le posizioni politiche di Colletti, riproposte, una volta chiusa Società, nella Sinistra (il periodico da lui diretto dal ’66 al ’67), furono tra le cause non ultime dell’emergere di posizioni di sinistra radicale sia all’interno della Federazione giovanile comunista sia nei gruppi, Potere Operaio in testa, che lavoravano all’esterno del PCI. Le tensioni, a lungo covate, emersero in piena luce nel movimento studentesco del ’68, di cui Colletti può essere ritenuto, almeno nella prima fase, uno dei principali ispiratori. A partire da quella data, veramente, iniziò anche una sofferta opera di ripensamento: ma questa è un’altra storia.

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Prescindendo dalle schede e dalle recensioni, la più importante delle quali è sicuramente quella dedicata a Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin (Società, febbraio 1954), l’opera che lo ha accompagnato per tutta la vita, anche dopo la ‘svolta’ del ’74 e il ritorno al liberalismo (la vita di Colletti, l’abbiamo già visto, è piena di apparenti paradossi, che in realtà testimoniano della sua profonda libertà e apertura mentale), i contributi più importanti da prendere in considerazione sono essenzialmente «Strumentalismo e materialismo dialettico» (Società, 1952), «L’unità di teoria e pratica e il metodo della scienza» (Società, 1953), «Il materialismo storico e la scienza» (Società, 1955), «Scienza e società in Marx» (Società, 1958), «Il marxismo come sociologia» (Società, 1959, poi ripubblicato in Ideologia e società 6), e infine «Stato di diritto e sovranità popolare» (Società, 1960), di cui abbiamo già parlato.

Nel passaggio dal primo importante contributo filosofico all’ultimo si nota facilmente un progressivo raffinamento dell’analisi. Colletti usa ancora la dizione ‘materialismo dialettico’ in senso positivo, e parla del ‘carattere universale della contraddizione’ commentando lo scritto omonimo di Mao Tse Tung (lo stesso che più tardi gli farà semplicemente orrore), ma in realtà si capisce che sottobanco intende far passare nel primo caso quel tanto di materialismo che egli, sulla scorta di Lenin, legge nella prima Critica di Kant; nel secondo caso, insistendo sul carattere specifico della contraddizione, la teoria delle ‘astrazioni determinate’ ereditata da Della Volpe. (Sulla questione della contraddizione, comunque, egli arriverà a fare completa chiarezza più che nel saggio del ’74 «Marxismo e dialettica», stampato in appendice alla traduzione italiana dell’«Intervista», nel saggio «Contraddizione dialettica e non contraddizione», raccolto in Tramonto dell’ideologia7).

A ben vedere la teoria delle astrazioni determinate e il rapporto positivo, via Lenin (un nuovo ‘paradosso’), col Kant della Critica della ragion pura (che egli teneva ben distinto dal Kant delle altre due critiche) costituiscono il filo conduttore degli interventi su Società. La collaborazione alla rivista, sostanzialmente, rappresentò per Colletti il ‘laboratorio filosofico’ da cui germinarono le due opere più importanti della sua vita, Il marxismo e Hegel e Ideologia e società, entrambe edite da Laterza nel 1969. Ciò vale in particolare per «Scienza e società in Marx», quasi interamente rifuso nelle pagine del Marxismo e Hegel, che non a caso si apre con ampie citazioni da Kant, contrapposto nettamente a Hegel e, sotto questo profilo, avvicinato al Marx antihegeliano della Kritik del 1843 (il testo giovanile tradotto e fatto conoscere da Della Volpe).

Ed è proprio servendosi di questa impostazione – anche se non ancora sufficientemente raffinata – che Colletti, sotto lo pseudonimo di Giovanni Cherubini, aveva attaccato Dewey, un autore che in Italia si era fatto strada anche a sinistra. Non a caso l’intervento di Colletti suscitò una replica piuttosto aspra da parte di Franco Fergnani, Fulvio Papi e Vittorio Strada, pubblicata su Società (1952, n. 2) insieme alla controreplica di Cherubini/Colletti. L’attacco di Colletti a Dewey muove esattamente da Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin e dal realismo materialistico (che Cherubini/Colletti chiama ancora ‘materialismo dialettico’) ivi energicamente sostenuto contro ogni forma di idealismo. Le critiche di Colletti a Dewey si concentrano soprattutto su quattro punti: 1) Dewey ignora la priorità della natura rispetto all’uomo, dell’essere rispetto al pensiero; 2) ignora conseguentemente la teoria della corrispondenza fra pensiero e realtà, e quindi tra logica e realtà; 3) ignora il ruolo del lavoro umano svolto in società cogli altri uomini – quindi il ruolo dei rapporti di produzione – nello sviluppo del linguaggio; 4) pretende di superare la ‘metafisica’, cioè l’opposizione/distinzione di soggetto e oggetto, con gli argomenti di Hegel travestiti da operazionismo. La critica di Colletti, in sostanza, è una denuncia – sicuramente a volte troppo aspra nel tono – dell’idealismo e dell’eclettismo di Dewey, e contemporaneamente un richiamo ad una maggiore accuratezza nell’analisi delle categorie filosofiche.

Di tono analogo il saggio «Il materialismo storico e la scienza», diretto stavolta contro Giulio Preti (che tuttavia è trattato meglio di Dewey, e ancora meglio verrà trattato nel Marxismo e Hegel, offrendo il fianco ad una frecciata ironica di Eugenio Garin). Anche in questo caso l’intento di Colletti è quello di far emergere l’idealismo soggiacente sotto ogni forma di positivismo e di costruttivismo, contrapponendo ad esso il concetto di formazione economico-sociale desunto dal materialismo storico (la dizione ‘dialettico’ è ormai scomparsa) di Marx.

Il saggio «Il marxismo come sociologia», infine, costituisce il prodotto più maturo delle riflessioni germinate nel corso della collaborazione a Società, e la decisione di pubblicarlo in apertura di Ideologia e società fu quanto mai opportuna. Esso rappresenta, ancora oggi, una penetrante analisi del metodo delle scienze storico-sociali inaugurato da Weber, un autore il cui confronto con Marx è stato costante, e che da Marx potrebbe aver tratto anche la teoria dei tipi ideali. L’atteggiamento di Colletti nei confronti di Weber, sebbene improntato ad una serrata critica degli elementi di soggettivismo presenti nella sua opera – è costante il rilievo che tutti i fenomeni storici, in Weber, appaiono sempre sotto la forma di scelte culturali, – nasconde una sotterranea ammirazione per le grandi qualità dell’uomo e dello scienziato. Un’ammirazione, questa, che lo porterà più tardi ad una sostanziale revisione del giudizio su Max Weber, ma che in qualche modo è già adombrata qui.

In sostanza, la lettura dei contributi a Società permette di capire meglio la produzione successiva di Colletti. Mentre «Stato di diritto e sovranità popolare» offrirà lo stimolo per approfondire il pensiero di Rousseau nei due saggi a lui dedicati in Ideologia e società, i saggi più propriamente filosofici che abbiano fin qui analizzato verranno sostanzialmente rifusi nel Marxismo e Hegel, la lunga introduzione ai Quaderni filosofici di Lenin pubblicata da Feltrinelli.8 Tale introduzione verrà ripubblicata successivamente come prima parte del Marxismo e Hegel edito da Laterza nel 1969, mentre nella seconda parte, interamente nuova, compare un tema che negli scritti su Società non aveva ancora trovato spazio, quello dell’alienazione. La collaborazione di Colletti alla rivista era ancora fortemente condizionata dall’impostazione dellavolpiana. Sulla base soprattutto della Kritik del 1843 e dell’Introduzione del 1857 ai Grundrisse Della Volte aveva privilegiato quello che chiamava il «galileismo morale» di Marx, vale a dire il momento metodologico, consistente nel circolo concreto-astratto-concreto e nelle astrazioni determinate. Studiare la società è impossibile senza partire dal concreto, dai caratteri specifici di ogni formazione economico-sociale. I concetti elaborati in via ipotetica devono poi tornare al concreto, essere di nuovo confrontati con la realtà materiale.

Colletti, nel corso della collaborazione alla rivista, aveva seguito abbastanza fedelmente questa linea. E tuttavia egli non tardò ad accorgersi che il punto di vista di Marx non è assimilabile puramente e semplicemente a quello di uno scienziato. La presenza massiccia del tema dell’alienazione – che Della Volpe aveva trascurato – non solo nelle opere giovanili, ma anche in quelle della piena maturità, Capitale, Grundrisse e Teorie sul plusvalore comprese, orientava l’analisi verso una direzione diversa. Non è possibile capire veramente la realtà senza trasformarla, perché una realtà sottosopra, alienata, produrrà sempre delle teorie difettose. Infatti il vero difetto delle teorie non sta nel metodo che le ha elaborate, sta nella realtà stessa: la veduta non può essere concreta quando il suo oggetto è astratto. Le vere astrazioni non risiedono nelle teorie liberali sulla società capitalistica, ma nella società stessa, ed è questa società che va corretta praticamente. Era un velato appello alla lotta, e il ’68 lo raccolse.



Note:
  1. L. Cafagna, «Vi presento Lucio, amico carissimo», in Ideazione, XI n. 4 luglio-agosto 2004, p. 161.
  2. L. Colletti, Intervista politico-filosofica, Laterza, Roma-Bari 1974, p. 7.
  3. Ivi, pp. 7-8.
  4. Testo inedito in corso di pubblicazione.
  5. V. Gerratana, «Democrazia e Stato di diritto», Società, nov. – dic. 1961.
  6. Bari, 1969, pp. 3-59.
  7. Roma-Bari, 1980.
  8. Milano 1958.