13 maggio 2012

«Il problema della libertà. Conversazione con Adriano Ossicini» di Doriano Fasoli


Adriano Ossicini al Palazzo del Quirinale
riceve gli auguri del Presidente Napolitano
in occasione del suo novantesimo compleanno.
Doriano Fasoli: Il primo passo per dare un necessario assetto strutturato al settore è stata l’istituzione dell’Ordine degli Psicologi. Successivamente la definizione di criteri per la qualifica di Psicoterapeuta e l’apertura delle Scuole di Psicoterapia. Negli ultimi anni anche la SPI, dopo un acceso dibattito interno, ha chiesto e ottenuto il riconoscimento come scuola di formazione di psicoterapeuti. Tempo addietro sono stati introdotti gli ECM, i crediti formativi, cosicché i momenti d’incontro e scambio teorico-clinico fra psicoanalisti sono soggetti a firme e questionari di apprendimento (infatti, una larga parte di psicoanalisti lavora o collabora con enti e quindi necessita di queste certificazioni). Se da un lato è auspicabile che l’operatore nel settore della salute continui a informarsi e aggiornarsi, non ritiene che questo tipo di controllo esterno, almeno per come è organizzato ora, rappresenti un’intrusione, crei un’interferenza, soprattutto per la comunità degli psicoanalisti? Finora le competenze per valutare l’avvenuta «crescita» – ad esempio, il candidato che consegue l’associatura – erano state e sono tuttora riconosciute solo ad appartenenti qualificati della Società stessa.

Adriano Ossicini: Il problema della libertà dello psicoterapeuta, sul piano formativo e su quello operativo, ed il problema della responsabilità dello Stato di fronte all’utente, per le indispensabili garanzie che lo Stato deve assicurare nei delicati settori della salute, è un complesso problema che, comunque lo si risolva, presenta delle difficoltà. Io credo che, visto che è impossibile rinunciare a certi controlli sul piano della formazione e dell’intervento, si tratta, da parte degli psicoanalisti, di trovare i modi e le forme, che sono possibili, con un certo impegno, per evitare intrusioni ed interferenze dannose.

Qual è la sua opinione sulla ‘verificabilità’ dell’efficacia della psicoanalisi? Questo è un discorso antico, ma, se seguiremo il trend di paesi come la Germania, ben presto le compagnie assicurative imporranno criteri di accettabilità, di durata, di «successo» delle psicoterapie e delle analisi…

Il problema della verificabilità dell’efficacia della psicoanalisi è un problema antico. Come ancor più antico quello della verificabilità di ogni intervento: al limite anche farmacologico, ma senza dubbio comunque psicoterapeutico, a tutti i livelli. Esso non è risolvibile con formule astratte, ma nei limiti di un’attenta, continua e critica analisi della domanda e delle soluzioni offerte nel tempo. Il dramma avviene – e non solo nel campo della psicoanalisi, ma in tutto il campo della medicina – quando intervengono le assicurazioni a dettare dei criteri legati non agli aspetti clinici, ma a problemi di carattere economico. Bisogna cercare di difendersi il più possibile dall’applicazione di questi criteri sui quali, ad esempio, c’è una documentazione negli Stati Uniti relativa alle deformazioni introdotte nel rapporto medico-paziente dalle richieste delle assicurazioni.

Ritiene che lo sforzo compiuto da Faimberg, Canestri, Tuckett di portare la riflessione sui modelli teorici impliciti nella mente dell’analista al lavoro possa realmente condurre ad una comunicazione più fluida, meno inquinata da fraintendimenti fra gli psicoanalisti, come forse progettava Bion con la griglia?

Non ho elementi per valutare a fondo lo sforzo compiuto da Faimberg, Canestri, Tuckett, ma – per quello che mi è possibile valutare – penso che sia positivo.

Nel 1975 lei partecipò ad un Convegno dedicato al tema della libertà. Qual è, oggi, la sua idea a tale proposito?

Il problema della libertà è un problema complesso sul quale è difficile dare un giudizio nei limiti della psicologia. Uno sforzo serio in questo senso fu fatto, a suo tempo, da Musatti. Ci sono dei problemi riguardanti la libertà in politica o comunque nella vita sociale, nella dinamica di gruppo, sui quali la psicologia sociale e la stessa psicoanalisi hanno portato contributi. Ma su quanto gli esseri umani siano liberi in assoluto e su che cosa consista in teoria la libertà è difficilissimo esprimersi senza affrontare aspetti filosofici e religiosi.

In ambito psicoanalitico, da quale parte le sembra provengano gli spunti più innovativi, più vitali?

Forse per la mia formazione ritengo che nel campo psicoanalitico i contributi più veri e più vitali siano comunque forniti dalla SPI e dalla Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica. Interessanti contributi, penso, possano venire anche dalle due società junghiane.

Che ricordo conserva di Nicola Perrotti? È vero che lei s’interessò ai suoi scritti, trovandogli anche un editore disposto a pubblicarglieli?

Conservo un profondo ricordo di Nicola Perrotti, che fu prima mio compagno di lotta nella Resistenza e poi il mio analista. Ho collaborato con lui anche sul piano culturale ed ho, per primo, raccolto tutti i suoi scritti, trovando appunto un editore disposto a pubblicarli.

Ha conosciuto personalmente anche Emiliana Mazzonis: che tipo di analista era?

Ho conosciuto personalmente Emiliana Mazzonis, ma più sul piano umano e amichevole che su quello professionale. Ed ho un ricordo profondo di lei. Per quello che posso ricordarmi, era un’analista molto creativa, con una grande disponibilità personale e con particolare capacità nel campo dell’infanzia, specialmente quella con problemi più gravi e con maggiori difficoltà di rapporto.

Come vede, attualmente, i nostri terrori quotidiani? Queste guerre senza lotta? Ritiene che gli psicoanalisti dovrebbero fornire ai pazienti la possibilità di tollerare il disaccordo, di tollerare la paura?

Non credo che sia facile dare un contributo sistematico e generale a tutto quello che ci deriva dai drammi quotidiani di una realtà che, all’alba di questo millennio, si rivela ancor più traumatizzante che in quello precedente, accentuando in noi la sensazione che avesse ragione Gianbattista Vico quando ci metteva in guardia dal considerare che il progresso fosse collegato al progredire della storia. Certo, sul piano soggettivo, gli psicoanalisti possono collaborare ad aiutare i pazienti a tollerare il disaccordo e a tollerare la paura, ma tutto questo è collegato a problemi più ampi che vanno affrontati sul piano dell’educazione fin dall’inizio della nostra esperienza umana e sul piano politico-sociale, perché un impegno a migliorare le condizioni delle relazioni umane può anche portare un contributo a tollerare gli aspetti apparentemente intollerabili della nostra esistenza.

Qual è per lei la funzione o il ruolo dell’interpretazione?

È difficile dare una risposta a questa domanda, anche perché il termine ‘interpretazione’ non può essere rinchiuso soltanto nelle sue dinamiche affrontate dalla psicoanalisi. Per quanto riguarda il problema dell’interpretazione in campo psicologico, penso che il contributo fondamentale sia stato fornito proprio dalla psicoanalisi, ed in modo particolare dai più significativi sviluppi recenti della psicoanalisi contemporanea. Accennerò, per puro esempio, all’importanza dei contributi forniti dall’attenzione sempre più posta sul ruolo del controtransfert.

Quali sono stati i suoi incontri fondamentali, sia da un punto di vista affettivo che intellettuale?

È difficilissimo rispondere a questa domanda. Se in campo clinico (visto che mi sono formato prima come medico), e sul piano anche affettivo, quello del mio maestro, il professore Giovanni Borromeo. Dal punto di vista intellettuale, se ristretto al campo psicoanalitico – a parte il mio analista Perrotti – la persona alla quale sono stato più legato, anche sul piano affettivo oltre che formativo, è stato Cesare Musatti. E poi, in seguito, Matte Blanco. Sul piano della cultura in generale, un sacerdote di grande spessore, Don Giuseppe De Luca, il filosofo del dialogo Guido Calogero, il filosofo morale Felice Balbo, il francescano Padre Stefano Bianchi, studioso di Sant’Agostino e Duns Scoto, l’economista Claudio Napoleoni e più di tutti il grande musicologo e uomo di cultura Fedele D’Amico.

Si considera un analista strettamente ortodosso oppure un analista veramente svincolato dai lacci di scuole, dottrine, capace di abbracciare figure diverse e di grande respiro?

Non mi considero un analista strettamente ortodosso, se questo significa essere vincolato dai lacci di scuole e dottrine. Non so se sono capace di abbracciare figure diverse e di grande respiro: comunque ci ho provato. Pur essendo sempre rimasto legato alla SPI, alcune mie polemiche con la società stessa non sono state di modesto rilievo, di fronte, a mio avviso, ad alcune rigidità formali – anche sul piano culturale oltre che su quello di relazione – e, per un certo tempo, ad alcuni rifiuti all’operare nel pubblico e al persistere di una chiusura nel privato.

Parliamo delle funzioni difensive degli analisti: che cosa hanno disperatamente bisogno di difendere gli psicoanalisti o da che cosa cercano di difendersi?

Anche qui non è facile rispondere in modo univoco. Credo che gli psicoanalisti, come tutti coloro che sono seriamente impegnati in campo clinico e scientifico, abbiano bisogno di difendere due cose, ma anche di verificarne continuamente la validità: la serietà della loro teoria e l’efficacia della loro azione sul piano clinico. Poi, la storia ci insegna che essi hanno dovuto difendersi nel tempo – ma non solo loro – da alcuni aspetti della realtà culturale, politica, sociale (anche nei suoi interventi di carattere economico). Una realtà come quella della psicoanalisi che, volenti o nolenti, come disse Musatti, ha rappresentato una delle più importanti rivoluzioni del secolo passato (che Musatti poneva insieme alla rivoluzione dovuta alla teoria della relatività e a quella del marxismo) non può non essere stata oggetto di offensive, talvolta anche drammatiche, che hanno creato il bisogno, talvolta anche disperato, di difendersi: con tutti i limiti, ovviamente, delle posizioni di carattere difensivo.

Qual è il suo concetto di creatività?

Il problema della creatività non è solo un problema psicologico e forse non lo è neanche in modo prevalente. La stessa definizione del termine è difficile. Per quanto riguarda gli aspetti psicologici della creatività, io penso che gli studi più interessanti siano legati alla creatività nel campo dell’infanzia e nel campo artistico. In questi campi i maggiori contributi sul piano psicologico sono stati quelli della psicoanalisi, ma anche della psicologia della forma. In questo senso è fondamentale l’opera di Rudolf Arnheim, gestalstista e psicoanalista. Anch’io mi sono occupato di alcuni problemi della creatività nell’infanzia, ed anche in quella dell’infanzia con gravi problemi di carattere psicologico: ad esempio, nei soggetti con disturbi di tipo autistico; ed in questo senso mi è stato molto utile un rapporto sistematico con Matte Blanco e con le sue intuizioni legate alla teoria della bi-logica. Affrontai moltissimi anni fa anche questo tema nella mia tesi di laurea in psichiatria con una studio sperimentale sui rapporti tra memoria e immaginazione. Ma purtroppo, per ragioni belliche, la tesi andò perduta.

(Conversazione tenutasi nel maggio 2012)