8 dicembre 2011

«La via americana alla formazione dei giovani scrittori» di Silvia Pareschi


Incastrati fra un provincialismo succube del mito americano e il rifiuto aprioristico di concedere alla cultura statunitense la stessa dignità di quella europea, in Italia rischiamo di perdere di vista i reali contorni di una situazione vivace e piena di fermento come quella artistica e culturale americana. L'ambiente letterario newyorchese può fornire un quadro abbastanza preciso, anche se limitato nello spazio, delle condizioni in cui si sono formati molti dei giovani scrittori statunitensi che oggi si pubblicano in grande abbondanza sul mercato italiano. Che in America si studi scrittura creativa è un fatto risaputo, non c'è bisogno di tirare in ballo John Gardner, Raymond Carver e i loro emuli «holdeniani», e neppure le scontate critiche sull'howtoism statunitense. È vero, gli americani sono ottimisti, faciloni, pragmatici e nello stesso tempo idealisti, e credono che con un po' di buona volontà si possa imparare tutto. Anzi, con un po' di buona volontà e parecchi soldi, visto che i programmi di scrittura creativa delle università costano spesso più di 25.000 dollari l'anno solo per le tasse scolastiche, cifra che può tranquillamente raggiungere, per esempio nel caso di uno studente della Columbia, un totale di 60.000 dollari. Per i più meritevoli e meno abbienti esistono le borse di studio, oppure c'è sempre la possibilità di chiedere un finanziamento che copra le spese universitarie. Entrambe queste opzioni presentano i vantaggi e gli svantaggi tipici del capitalismo «meritocratico» americano: da un lato viene posto uno sbarramento basato sul reddito, e dall'altro si fornisce una possibilità di riuscita a chi ha la capacità e la volontà di impegnarsi. Di impegnarsi, s'intende, molto più di coloro che sono già ricchi in partenza: solo così è possibile tentare di superare l'enorme ostacolo rappresentato da una condizione economica disagiata.

Gli intellettuali americani sono spesso i primi a scagliarsi contro il sistema delle scuole di scrittura, affermando che non si può insegnare il talento (questione annosa e ben nota anche ai loro omologhi nostrani), e che queste istituzioni rappresentano l'ennesimo esempio di sfruttamento a scopo di lucro dell'ingenuità altrui. Ogni tanto, però, succede che qualche studente di scrittura creativa cominci a scrivere sul serio. Certo, avrebbe potuto mettersi a scrivere anche senza frequentare un corso (e magari senza indebitarsi), ma il fatto di averlo frequentato gli fornisce diversi vantaggi: una maggiore consapevolezza delle proprie capacità, una rete di contatti con una folta comunità di persone che hanno i suoi stessi problemi e obiettivi, e, non ultimo, il sostegno dei professori, il cui compito non si esaurisce nell'insegnamento, ma prevede anche un aiuto attivo nella ricerca di agenti, borse di studio ed editori.

Il giovane scrittore comincia spesso la propria carriera nell'ambito di una delle innumerevoli reviews, le riviste letterarie che nascono (e muoiono, purtroppo, come la bellissima Grand Street) un po' ovunque. Oltre alle più famose, come McSweeney's di Eggers, Zoetrope di Coppola, Granta (pubblicata sia a Londra che a New York) e la storica Paris Review (sopravvissuta, grazie al forte sostegno di pubblico e scrittori, alla morte di George Plimpton, il carismatico direttore/fondatore che guidò la rivista per cinquanta anni esatti, dal 1953 al 2003), ci sono Bomb Magazine, The Literary Review, The Mississippi Review, New American Writing, Brick e mille altre ancora: riviste a orientamento «etnico» come l'African American Review e la Afro-Hispanic Review, riviste politiche come la Blue Collar Review, e le numerosissime riviste finanziate dai dipartimenti di scrittura creativa delle università, come Black Cock del California Institute for the Arts o la Sonora Review dell'Università dell'Arizona, che ha avuto fra i membri della propria redazione David Foster Wallace.

C'è persino una Translation Review curata dalla University of Texas di Dallas. Fin qui, dunque, l'«America profonda» ha poco da invidiare alle grandi città costiere. E infatti il più importante programma di scrittura creativa degli Stati uniti è lo Iowa Writer's Workshop, da cui sono usciti, oltre a Carver, scrittori del calibro di Flannery O'Connor, John Irving e T. Coraghessan Boyle. Insomma, nella gamma di riviste che va dalla review dell'università fino all'ambìto approdo del New Yorker si direbbe che ci sia spazio per (quasi) tutti. Non è tutto oro quel che luccica, naturalmente: persino le riviste più importanti hanno difficoltà a far quadrare il bilancio, e sono ben poche quelle che riescono a sostentarsi solo grazie alle vendite. Gli sponsor, oltre alle università, sono di solito mecenati miliardari, come nel caso di Zoetrope, di Paris Review, e anche di Grand Street, che ha chiuso i battenti proprio perché la sua mecenate si era stancata di ricevere una fattura di un milione di dollari l'anno. Inoltre, è chiaro che la decisione di promuovere un certo tipo di cultura anziché un'altra dipende più dai gusti e dalle priorità di facoltosi privati che non da una politica generale del governo, e quindi non si tratta certo di una decisione di tipo «democratico». Ma tutto sommato, si tratta di un sistema non privo di lati positivi. Le rette elevate delle università servono anche a finanziare la pubblicazione di riviste che, auspicabilmente, metteranno in luce il talento degli studenti; inoltre, il fatto che alcuni miliardari riversino una parte del proprio denaro in imprese culturali a fondo perduto la dice lunga sul prestigio sociale derivante dal sostegno alla cultura (e non solo in contesti che garantiscano un ritorno di immagine altisonante, come avviene dalle nostre parti). La strada per la pubblicazione, infine, non passa solo tramite conoscenze «introdotte» e mentori più o meno illustri. Una rivista abbastanza diffusa, Bomb Magazine, secondo quanto afferma la managing editor Lucy Raven, sceglie così i brani da pubblicare nella sezione letteraria: «ogni giorno riceviamo parecchi manoscritti di autori sconosciuti... i nostri collaboratori li leggono tutti e scelgono quelli più adatti alla rivista, basandosi sulla qualità della scrittura ma anche sulla ricerca di narrazioni di tipo sperimentale, non tradizionale. Cerchiamo di pubblicare uno di questi manoscritti in ogni numero, insieme ai brani inviati da agenti letterari, conoscenti e studenti dei nostri collaboratori».

Ma proseguiamo sulle orme del nostro giovane scrittore, che prima o poi riesce a pubblicare i primi racconti su una rivista abbastanza diffusa e a far circolare il proprio nome. Mentre si cerca l'indispensabile agente (che spesso svolge anche il ruolo di mentore), la sua rete di contatti continua a espandersi. Soprattutto se vive in città, può cominciare a tenere qualche reading. A New York, gli scrittori leggono non soltanto nelle librerie (dai mega-bookstores come Barnes & Noble a luoghi più accoglienti come lo Housing Works Used Books Cafe, frequentato da autori come Rick Moody e Art Spiegelman e collegato a un'organizzazione no-profit che fornisce servizi ai malati di Aids), ma anche in bar come il Kgb, locale «a tema comunista» che ospita la scena letteraria «hip» scrittori emergenti e autori affermati come Michael Cunningham e Augusten Burroughs – oppure in altri luoghi pieni d'atmosfera, che oltre a readings ospitano anche eventi teatrali, mostre e concerti, come il Nuyorican Poets Café (leggendari i suoi poetry slams del venerdì sera), Dixon Place (nato nel 1986 con l'intento di «sostenere il processo creativo presentando lavori originali di teatro, danza e letteratura a ogni stadio di sviluppo», e attualmente alloggiato in una stanza piccola e buia, piena di poltrone scompagnate che sembrano provenire dai magazzini dell'Esercito della Salvezza), e il Cornelia Street Café, dove spesso si ritrovano a leggere i membri della Writers Room, un'organizzazione che fornisce (dietro pagamento di una quota annua) uno spazio per lavorare in tutta tranquillità a circa duecento scrittori sia emergenti che affermati.

La Writers Room si definisce «An Urban Writers' Colony in New York City». In effetti, negli Usa le «colonie» per artisti sono moltissime, almeno un centinaio, sparse un po' ovunque in tutti gli Stati. Le artists' colonies sono istituzioni finanziate ancora una volta da ricchi mecenati, che detraggono le spese di beneficenza dalla dichiarazione dei redditi. Si trovano di solito in luoghi molto belli, dove artisti di diverse discipline e diverse parti del mondo vengono ospitati per periodi variabili (che vanno di solito dalle due settimane ai due mesi, ma possono essere anche più lunghi), in alcune (la maggior parte) gratuitamente, in altre dietro pagamento di una cifra più o meno simbolica. Alcune passano addirittura un piccolo stipendio, pagano le spese di viaggio oppure offrono borse di studio ai meno abbienti. Cosa si fa in una colonia? Si lavora ai propri progetti. Lo scopo di questi luoghi è semplicemente fornire agli artisti un ambiente «protetto» dove lavorare lontani dalle distrazioni della vita quotidiana. È facile prendere gusto alla vita che si conduce in questi piccoli paradisi, tanto che esiste un soprannome, colony hopper, per indicare chi trascorre intere stagioni passando da una colonia all'altra.

Ogni colonia ha le sue caratteristiche e le sue regole. Art Omi/Ledig House, per esempio, una colonia non molto grande ma con un'ospitalità squisita sotto ogni punto di vista dalla simpatia dello staff alla bravura dei cuochi Tommy e Rita ha diverse sessioni, due per gli scrittori (in primavera e autunno), una per i musicisti e una per i visual artists. Si concentra su artisti provenienti da diverse parti del mondo, a cui dà la possibilità di lavorare nel gradevole paesaggio delle colline della valle dell'Hudson e di intrattenere interessanti conversazioni conviviali con colleghi di tutti i continenti. Durante il fine settimana arrivano da New York editor e agenti per discutere con gli ospiti stranieri del funzionamento del mercato editoriale americano e, talvolta, per scoprire qualche nuovo talento da pubblicare (anche se negli Stati Uniti la percentuale di libri tradotti da altre lingue è molto bassa). La storica Yaddo, fondata nel 1926 e ricchissima delle storie di tutti i personaggi famosi che vi hanno soggiornato (una fra le tante, Patricia Highsmith, che era stata ospite una sola volta, lasciò in eredità tutto il suo patrimonio alla venerabile istituzione), è invece frequentata per la maggior parte da americani, provenienti soprattutto dalla non lontana New York. Le sessioni sono miste, vale a dire che scrittori, compositori e visual artists si ritrovano tutti insieme nell'austera magione immersa nei boschi di Saratoga Springs, dove si intrecciano amicizie e antipatie, conversazioni, readings di opere in via di realizzazione e serate di open studios.

Non occorre essere famosi per ottenere una fellowship (anche se un posto come Yaddo ha sempre qualche fiore all'occhiello in ogni sessione): basta aver pubblicato/composto/esposto qualcosa (di importanza e successo variabili, a seconda delle colonie) e avere un progetto in corso. Le colonie letterarie non sono solo appannaggio degli Stati Uniti, anzi, si trovano praticamente in tutto il mondo (la più ambìta, con lunghe liste d'attesa, è sicuramente la Sacatar Foundation, che si trova sull'isola di Itaparica di fronte a Salvador de Bahia).

In Europa ce ne sono parecchie, e persino l'Italia ne ospita qualcuna (tre, a quanto mi risulta), che però sono finanziate da fondazioni americane e frequentate per lo più da stranieri: la Civitella Ranieri Foundation a Umbertide, il Liguria Study Center di Bogliasco e il Bellagio Center della Rockefeller Foundation. A Procida esisteva il Collegio dei Traduttori Letterari, che però adesso è chiuso per mancanza di fondi. Mi piacerebbe sbagliarmi, ma credo che non esistano fondazioni italiane che finanziano istituzioni di questo genere.

I corsi di scrittura creativa, il proliferare di riviste letterarie, l'esistenza di luoghi dove discutere, lavorare e confrontare le proprie esperienze: tutto questo denota una considerazione del lavoro intellettuale molto diversa rispetto a quella europea e soprattutto italiana. Negli Usa lo scrittore è ritenuto una persona che svolge un mestiere accessibile con i dovuti sforzi e sacrifici di cui il vero sogno americano non può mai fare a meno più o meno a tutti. Nessuno nega l'importanza del talento, ma la cosa più rilevante è che negli Stati Uniti il lavoro intellettuale non è esclusivo appannaggio di un'élite che può vivere di rendita, ma è considerato una professione (e come tale viene remunerato).

Insomma, la «via americana» alla produzione culturale, pur rivelandosi carente proprio dal punto di vista dell'uguaglianza e della democrazia ossia degli ideali che un tempo costituivano la base dell'American Dream rimane un modello alternativo a quello europeo, un modello che ha il vantaggio di riuscire, tutto sommato, a stimolare e valorizzare l'intelligenza e la creatività delle persone.

[pubblicato in: il manifesto, 21 gennaio 2005.]