14 giugno 2011

«Cibo e letteratura. Caratteri generali della questione» di Nicola D'Ugo


Il figlio dell'uomo di René Magritte (1964)
Fin dall’alba della letteratura l’alimentazione è stata investita di significati importanti. Il rapporto imprescindibile tra vita e nutrizione da un lato, e l’investimento culturale che l’uomo ha riposto nell’alimentazione dall’altro ne fanno un tema la cui articolazione si presenta sotto la veste della complessità.

Un dietologo al quale confidai che mi occupavo di immaginario alimentare nel romanzo moderno non mi fece mistero che dovessi interessarmi al valore nutritivo degli alimenti e alla sua ricaduta sulla vita dei personaggi, argomento, questo, cui lui attribuiva un grande rilievo a scapito di numerosi altri aspetti. Un cuoco pensò subito che fossi un appassionato conoscitore di pietanze, ricette e casseruole, mi parlò delle sue recenti esperienze culinarie e mi fece assaggiare alcuni suoi piatti.

Uno psicologo clinico tende a vedere la questione in una cornice squisitamente immaginativa e simbolica, per ricavarne dapprima un quadro psichico ed eventuali profili patologici. Gli artisti son soliti considerare la questione dal loro orizzonte creativo, con un particolare accento sulla fruibilità visiva dell’evento-cibo, della performance, del suo valore astratto e spiazzante.

Lo studio di un argomento come questo richiede senz’altro toccate e fughe, puntate ed approfondimenti nei territori disciplinari cui ho fatto riferimento, e in altri ancora. Chi se ne voglia occupare è bene, però, che si tolga di dosso il camicione dell’artista, la pettorina dello chef e il camice medico e cominci ad osservare le consuetudini alimentari raffigurate in un testo, nonché la menzione di pietanze, alimenti, luoghi e strumenti con cui si producono, preparano, aspettano e consumano i cibi.

S’accorgerà in breve, dopo un certo esercizio iniziale e prima di rimettersi il proprio camice o grembiale, che gli scrittori fan ricorso al cibo (e alla sua assenza) sia per raffigurare un ambiente, sia per esprimere l’intimo procedere della mente di un personaggio o della propria, sia ancora per esprimere un estrinseco giudizio in merito alla propria rappresentazione e alle idee altrui che lo hanno preceduto, siano esse letterarie o meno.

Così come i pensieri dei personaggi e del narratore non coincidono necessariamente con quelli dell’autore, il sistema alimentare o anche un solo suo ingrediente non sono necessariamente messi su carta al fine di raffigurare un humus culturale, né una mentalità individuale. Posson parimenti evocare rimandi simbolici, segni di potere e tecnologia e dar luogo ad altri agganci semantici.

Se non si vuole che l’intentio lectoris compia un’opera di sopraffazione del testo a detrimento di una ponderata ermeneutica, occorre allora che il significato alimentare vada colto di volta in volta nel singolo romanzo, facendosi guidare dal materiale espressivo fornito dall’autore, il quale non sempre ha coscienza dei significati che mette in gioco, dal momento in cui né l’universo degli oggetti che evoca, né le parole che usa son generalmente di suo conio.

Seppure si ritenga che il pensiero non possa prescindere dal linguaggio, l’abito linguistico sta stretto soprattutto a chi ne faccia un uso artistico, cercando di piegare la parola alle proprie necessità espressive, in ciò mostrando lo iato tra la propria percezione del mondo e la lingua naturale in cui scrive.

Il lessico ‘alimentare’, prima di essere un insieme di cibi a cui esso rimanda quale significato, è costituito di parole, vale a dire segni arbitrari che non hanno alcun nesso diretto con gli oggetti che stanno a significare in senso pratico. La parola letteraria, non avendo finalità immediatamente pratiche, non rimanda ad un mondo fruibile, si fa semmai specchio di un universo più o meno riconoscibile dal lettore, il quale vi si può riflettere come l’anoressico Narciso di fronte al lago purissimo che gli restituiva la propria immagine: era lui a muovere a pietà gli dèi, non già il figmento fallace da cui non si sarebbe più staccato.

Una mela, in letteratura, oltre ad essere un frutto, è una parola che rima con cela, anela e vela, che può alludere al peccato originale, ad infrazioni di regole sacre, ad un noto produttore di computer, ad una vita agreste in opposizione alla città, ad un dipinto di Cranach il Vecchio ecc. Di volta in volta, interpretando un romanzo, bisogna tenere in conto – come in una sintassi più estesa di quella della lingua in cui la parola è scritta – quali di questi significati si coniughino col resto dell’opera letteraria, e quali invece ‘decadono’, privi quali sono di utili agganci con l’unità dell’opera.

Se tra questi significati emerge con maggiore importanza l’aspetto nutritivo della raffigurazione è allora utile riferirsi alla dietetica, se psichici agli studi di psicologia e psichiatria che gli sono più prossimi e così via per l’arte culinaria, l’arte visiva, la religione, l’economia e qualsiasi altro sapere contribuisca a far luce sui significati messi in gioco da uno scrittore.

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[pubblicato in: Notizie in… Controluce, n. XX/6, giugno 2011, p. 15.]