28 marzo 2011

«Intervista a Francesca Sanvitale» di Doriano Fasoli


Francesca Sanvitale e Primo Levi
Francesca Sanvitale è scomparsa a Roma lo scorso 9 febbraio a ottantadue anni dopo una lunga malattia. Alberto Asor Rosa scriverà nel 2000, recensendo la sua Camera ottica, che «è una scrittrice che poggia la propria invenzione su di una solida armatura di cultura e realtà». Il suo valore letterario fu peraltro riconosciuto dal Presidente della Repubblica, che il primo giugno 2001, di sua iniziativa, la nominò Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana.

L'intervista che qui viene pubblicata, Francesca Sanvitale me la concesse qualche tempo prima di pubblicare per Einaudi il suo ultimo libro intitolato L'inizio è in autunno.

Le chiedo se dopo il suo romanzo, L'ultima casa prima del bosco (uscito per Einaudi nel 2003), ha qualcosa ora nel cassetto. E Francesca Sanvitale, la cui eleganza morale e il garbo antico colpiscono già dall'accoglienza, mi risponde sorridendo: «Nel mio cassetto non c'è mai niente, almeno così dico e così mi pare. Nella mia immaginazione invece ci sono svariate immagini che si moltiplicano, racconti che si complicano e fatti che prima o poi vanno scritti. Vedremo». Prende così avvio la mia conversazione con questa scrittrice che, nata a Milano, ha vissuto a Firenze e a Roma, dove ormai risiede da molti anni e nella cui casa in Prati è avvenuto il nostro incontro. Tra i suoi romanzi, ricordiamo: Il cuore borghese (Vallecchi, 1972; Mondadori, 1986), Madre e figlia (Einaudi 1980 e 1994; Mondadori 1986), Verso Paola (Einaudi, 1991), Il figlio dell'Impero (Einaudi, 1993 e 1995).

Doriano Fasoli: C'è una poesia a cui sia affezionata in modo particolare?

Francesca Sanvitale: Le poesie che si imprimono nella nostra mente cambiano con gli anni, i giorni, le occasioni, persino i luoghi e i colori. Alcune ritornano, è vero, a cicli più lunghi. Ricordo che negli anni dell'adolescenza e della giovinezza mi ripetevo spesso «Dora Marcus» di Montale, alla quale, evidentemente, annettevo molti nebulosi significati. E portavo sempre con me, nel portapacchi della bicicletta, Ossi di seppia. Adesso, forse connessa al periodo altamente tragico che viviamo, è «La ginestra» di Leopardi che ritorna. Ed è Leopardi che ogni tanto mi vien fatto di rileggere. Lo «Sterminator Vesevo» mi pare sempre in azione sugli uomini e sulle cose. 

«Ci sono poeti e scrittori che ti accompagnano dappertutto. Presenze quotidiane. Non c'è bisogno di rileggerli, sono sempre con te», diceva Cioran. Per lei, quali sono?

Sì, è vero, portiamo con noi innumerevoli scrittori, ma non sono mai gli stessi. Non credo al nostro immobilismo o fedeltà e fantastico attraverso il tempo. Non credo nemmeno a una fedeltà di gusti a tutta prova. Credo invece a un ricambio continuo di immagini e compagnie, a una sedimentazione naturale. La sedimentazione naturale o di origine sismica ha creato il panorama dei monti e crea pure la nostra vita fino alla sua conclusione. In questi ultimi anni sceglierei per persistenza Conrad, perché è lui lo scrittore che ha capito e descritto profondamente le ombre e l'orrore dell'animo umano, le radici del male, la sua presenza senza scampo nel mondo e in noi. E poi, fin dalla prima giovinezza, i racconti di Joyce e della Mansfield, molte poesie della Dickinson, alcuni personaggi di Balzac e di Tolstoj. Nataša, per esempio, luminosa adolescente poi invecchiata e irriconoscibile, senza l'alone della freschezza e dell'amore, può diventare una compagna amata per chiunque. Ci ricorda, più di tanti discorsi, l'impietosità della vita. E il servo di La morte di Ivan Il'ič ritorna come l'emblema più alto, espresso in narrativa, della pietà e della bontà che non hanno coscienza di sé.

Ha mai conosciuto un poeta che coincidesse esattamente con l'idea che s'era fatta di lui in precedenza?

No. Ma aspettarsi una tale coincidenza tra ipotesi e realtà, oppure rimanere delusi, è sempre frutto di un'attesa in parte innocente psicologicamente e in parte stupida. Questo errore si fa specialmente quando si è giovani. Dopo, le delusioni troppo forti mi sembrano frutto di arroganza, frutto cioè di una presunzione che ignora i meccanismi oscuri, spesso segreti, spesso coperti in superficie, dell'arte e dell'espressività. Comunque, proprio perché so che l'artista e l'essere umano possono apparire profondamente diversi, anche se non lo sono, non ho mai cercato volontariamente di conoscere scrittori o scrittrici che amo. Capita comunque ed è una buona profilassi lasciare l'ammirazione alle opere e la curiosità umana alla persona.

Qual è il ruolo di uno scrittore, di un poeta, in questi tempi di smarrimento, in questi tempi bui?

Il ruolo di uno scrittore? Oggi? Non saprei. Qualsiasi ruolo politico, ideologico o sociale del passato è stato annientato perché l'importanza civile dello scrittore è andata diminuendo fino a sparire. A meno che non si reputi un 'ruolo' la rinomanza multimediatica, la diffusione dei successi librari. In questo caso è ovvio che la famosa libertà dell'intellettuale, tante volte ricordata, viene immediatamente sottoposta alle leggi del mercato, dell'industria e dei valori comuni in auge. Guai a negarli diventando un nemico del sistema globale. Oggi l'unico impegno, vero e necessario per lo scrittore, è l'impegno verso se stessi; credere nel proprio mondo poetico e nel fatto che le parole possano contare, perché attraverso le parole abbiamo la libertà di comunicare con tutti, raccontare sentimenti e dolori, ingiustizie e bisogni. I personaggi e le azioni che rappresentano questi pupazzi di carta sono i nostri cartelli di sfida, sono il nostro messaggio nella bottiglia. Perciò in uno scrittore non dovrebbe mancare mai, nonostante i messaggi negativi che arrivano, la fiducia e il rispetto in ciò che si descrive e comunica.

Le cito ancora Cioran: «Prendiamo Emily Dickinson, che io ammiro, anzi venero. Parla in continuazione di se stessa. Il poeta oggettivo non esiste e non può esistere. L''io' è onnipresente in ogni poesia». È d'accordo?

Sì, i poeti parlano di loro stessi. Ma nei loro versi si immergono subito nel mondo, come facciamo noi, e lasciano che il mondo si mescoli al loro io e addirittura lo annulli con i profumi e i colori della natura, l'amore, le atrocità, la morte. Non c'è grande poeta che è rimasto chiuso del tutto in una prigione soggettiva. Basta un filo d'erba e l'egotismo viene invaso, anche cancellato. Leggere Whitman può essere utile per capire una tale simbiosi.

Pubblicare è salutare quanto scrivere? E lei in quali stati d'animo deve potersi trovare per scrivere?

Certo, pubblicare è necessario ma, come è ovvio, prima bisogna scrivere. Questa è l'urgenza fondamentale, e i due momenti vanno tenuti senza contatti, perché è bene che mantengono sfere di desideri e di risultati del tutto diversi. In altre parole: non scrivo mai 'per pubblicare'. Ne va una deformazione dei fini. In quanto agli stati d'animo più 'adatti' a scrivere non so rispondere. So che è bene scrivere quando la nostra mente si riempie di immagini estranee che non ci lasciano e ritornano e chiedono chiarimento. Allora sappiamo essere quello che aspettavamo. Di solito preferisco scrivere al pomeriggio, perché ho la pressione bassa, ma non ne farei una regola. L'unica regola, che disattendo spessissimo, è quella di scrivere tutti i giorni.

E lei è mai stata tentata dal fare poesia?

No, mai. Solo alcune volte ho scritto delle piccole poesie per scherzo. Sono convinta che la narrativa e la poesia partono da uno studio e da un uso diverso dei mezzi espressivi, addirittura opposto. Un narratore impara presto che non deve congelare il racconto nel tentativo di usare le parole in senso poetico oppure costringere la pagina a seguire valori ornamentali o lirici, perché immediatamente ne verrà una falsificazione del ritmo, del racconto, dei personaggi. E il poeta sa che non può rinunciare alla pregnanza di significati che per lui ha ogni parola che sceglie. Narratore per eccellenza è stato Moravia: non credo abbia mai scritto una poesia.  Passare dalla narrazione alla poesia, o viceversa, è naturalmente fattibile, ma solo tenendo presente il differente percorso. Molti, come me, lo considerano uno forzo troppo impegnativo.

«Con quella qualità dei grandi pugili: | incassare e rimanere | saldi, | ingurgitare grappa dalla bottiglia | aver preso sbornie | sub e superatomiche, | lasciare i sandali | sul bordo del cratere come Empedocle | e poi giù a capofitto, | non dire: ritorno | non pensare: mezzo e mezzo, | mollare i tumuli delle talpe | ai nani che vogliono farsi grandi, | pranzare allround a casa propria | non scindersi | e saper dar via anche la vittoria»: scriverebbe anche lei «un inno a un uomo siffatto» come fece Gottfried Benn?

Mah. Questa poesia di Gottfried Benn ha qualcosa che me la rende estranea: una specie di enfasi della volontà. Insomma non mi va questa sorta di virilismo senza un solo inciampo, una sola debolezza, una sola lacrima. No, non la scriverei.

L'arte che promette di durare nel tempo, diceva Kohut, ha una sua coesione interiore. Essa esprime in una forma unificante un elemento che proviene dalla mente umana… Qual è per lei l'elemento discriminante nella differenziazione tra un prodotto scadente, o destinato a produrre soltanto un effetto sorprendente, e un serio tentativo di esprimere nell'arte una nuova visione del mondo?

Kohut ha ragione, ma aggiungerei che l'arte non solo esprime un elemento che viene dalla mente umana ma esprime il bisogno e il desiderio di comunicare al di là del proprio passaggio sulla terra. È una pulsione che i più sanno illusoria ma centrale, che sembra ripetersi nel tempo, che oggi tende a diventare un fiume in piena. E questo propone un paradosso: che nell'allargarsi, forse anomalo,  questo desiderio di esistere, anche solo per mezzo delle parole, finisce per cancellare i risultati individuali. Un pulviscolo infinito di parole circonda la terra, viene dagli uomini «per non morire», come un vortice sempre cancellato e sempre rinnovato.

Non è facile esprimere una nuova visione del mondo, basterebbe riuscire a individuare e interpretare «il mondo qual è». Non è affatto difficile distinguere i prodotti scadenti o solo abili. Le prime due cose che mi vengono in mente sono: l'espressività con la quale si descrivono le cose, ovvero la scrittura; i segni che restano in noi da una narrazione: un'immagine, un personaggio, un sentimento. Se noi conserviamo questo prezioso patrimonio da una lettura, ebbene ci è stato regalato qualche cosa che a che fare con l'arte e ci arricchisce.

Ancora Derrida, che, nel 1993, scriveva in Passioni: «La letteratura è un'invenzione moderna, essa si inscrive all'interno di convenzioni e istituzioni che, anche solo considerando questo aspetto, le garantiscono, in linea di principio, il diritto di dire qualsiasi cosa. La letteratura vincola il proprio destino a una certa non-censura, allo spazio della libertà democratica – libertà di stampa, di opinione ecc. Nessuna democrazia senza letteratura, niente letteratura senza democrazia». Pensa di poter condividere queste parole del filosofo francese, recentemente scomparso?

È sicuro che la letteratura può nascere solo in democrazia? E che il diritto di dire qualsiasi cosa è legato alla democrazia? Il sanguinoso e oscuro Cinquecento non ha dato forse le grandi metafore di Tasso, Cervantes, Shakespeare? L'epoca del Decamerone non era di sicuro un modello di democrazia. Neppure la Russia di Dostoevskij. Possiamo dire se mai che il romanzo moderno, come lo conosciamo oggi, nasce insieme alla civiltà industriale, cioè fine Settecento/Ottocento, e di lì si avvia a diventare in qualsiasi nazione europea la grande saga dedicata in vario modo alla borghesia emergente, a un mondo che cambiava i suoi valori, il destino delle classi sociali e le sue regole.

Che cosa, per lei, risponde a un'ideologia?

Il vocabolario sulla parola ideologia ci dà molte definizioni. Quella che più si riferisce alla nostra società è questa: «(l'ideologia è) l'insieme dei principi e delle idee che stanno alla base di un partito, di un movimento politico, religioso e simili». Es.: «ideologia marxista, ideologia cattolica».

Oggi c'è una certa ripugnanza, che ho anch'io, a pronunciare la parola ideologia. Con ragione. In nome dell'ideologia il secolo XX ha visto efferatezze, guerre, distruzioni, orrori di ogni genere. Ciò che ancora dovremmo ricordare è la possibilità, in nome dell'ideologia, di trasformare le masse in seguaci fanatici di un'idea inamovibile e categorica che portava a sacrificare persino gli affetti più cari. Gli esseri umani venivano classificati e messi a morte secondo una ideologia che non perdonava né le diverse opinioni, né le diverse religioni, né i diversi credi politici. È stato terribile, perché si è dimostrato che il fanatismo non solo può invadere alcuni, ma può diventare strumento di morte per la maggioranza. Nazismo, comunismo, fascismo. Oggi è la religione che porta nel mondo un'ondata angosciosa di ideologia.

Ha interesse per la Storia?

Sì, ho sempre avuto molto interesse per la Storia. È la Storia che ci ha fatto, per la quale siamo nati in un determinato luogo con determinate leggi e un determinato codice civile. È la Storia che crediamo di conoscere mentre è spesso essa il Grande Inganno, costruita su molteplici inganni di parti, sul dolore di moltitudini di  vittime ignote e sull'ingiustizia. È il calderone della storia che nasconde le peggiori nefandezze, i tradimenti più oscuri e il coraggio, l'abnegazione, il dolore, il sacrificio, quasi mai vincitori. Tutto ciò che è l'uomo, nel suo essere individuo nella molteplicità, lo troviamo nella Storia. Eppure è proprio la Storia che, alla fine, è inconoscibile.