22 novembre 2010

«'Hypatia of Alexandria' di Maria Dzielska» di Luciano Albanese


Maria Dzielska,
Hypatia of Alexandria,
Harvard University Press,
Cambridge (Mass.)-London 1996.
Translated by F. Lyra.
XII-157 pp. EUR 19.45
Il saggio è costruito sulla base di una netta contrapposizione fra la "leggenda di Ipazia” e la realtà storica. La prima trova spazio per lo più nelle opere a carattere eminentemente letterario. Secondo questa tradizione, Ipazia è soprattutto la "martire pagana”, nel duplice significato di testimone del tramonto del mondo classico e di vittima dell'intolleranza cristiana. La sua fine tragica è una sorta di preludio al Medioevo, alla barbarie dei "secoli bui”. La parte introduttiva del volume è dedicata espressamente all'esame degli aspetti più caratteristici di questa linea interpretativa.

In una rapida, ma efficace ricognizione, nella quale viene idealmente ripresa e portata a compimento l'opera di R. Asmus (Hypatia in Tradition und Dichtung, Berlin 1907), sono esaminati, innanzitutto, gli autori del settecento inglese e francese che hanno maggiormente contribuito alla formazione della leggenda, facendo di Ipazia il simbolo della ragione contro l'oscurantismo della Chiesa: Toland, Voltaire, Gibbon, Fielding. L'attenzione si sposta poi sull'ottocento, con Leconte de Lisle, Gérard de Nerval, Maurice Barrès, Charles Kingsley. Ipazia diventa una eroina romantica, che incarna «lo spirito di Platone nel corpo di Afrodite», e affronta la plebaglia cristiana armata solo di cultura e di bellezza. Seguono i positivisti inglesi e americani, come J. W. Draper, che fanno di Ipazia una antesignana di Marie Curie immolata sull'altare della scienza: interpretazione ripresa dagli storici della scienza, come Van der Waerden o, più recentemente, M. Alic e il Dictionary of Scientific Biography.

Non minore attenzione è dedicata ai contributi italiani (Diodata Roero di Saluzzo, Carlo Pascal e Mario Luzi), tedeschi (Arnulf Zittelmann) e canadesi (André Ferretti e Jean Marcel). Chiudono la rassegna la letteratura femminista, particolarmente Ursula Molinaro, e la saggistica sulla Black Athena, inaugurata da Bernal, che fa di Ipazia la prima vittima dell'oppressione "coloniale" del mondo occidentale cristiano nei confronti del mondo afro-asiatico, la vera culla della civiltà, espropriata anche di questo titolo.

Alla "leggenda di Ipazia" si oppongono tuttavia – è questo il tema della seconda parte del saggio – una serie di dati storici, primo fra tutti il fatto che la maggior parte degli allievi e degli amici di Ipazia erano in realtà cristiani. Era cristiano, in particolare, e vescovo di Tolemaide, quel Sinesio di Cirene che resta il più noto dei suoi allievi e il cui epistolario – scrupolosamente esaminato dall'A. – conferma che nella cerchia di Ipazia i "veri" pagani dovevano essere pochi. Esiste addirittura una tradizione – che tuttavia è sempre stata giudicata inattendibile – secondo la quale era cristiana la stessa Ipazia: più esattamente nestoriana, e da questo sarebbe nato il contrasto con Cirillo. In ogni caso, anche se sul paganesimo di Ipazia, come già osservava Hoche nel 1860, non possono sussistere dubbi, la sensazione è che essa si sforzasse – è questa la tesi di fondo della Dzielska – di restare equidistante tra pagani e cristiani.

Questo atteggiamento sarebbe comprovato, secondo l'A., dal fatto che né Ipazia, né i suoi allievi risultano aver avuto parte attiva nella difesa del Serapeo di Alessandria (distrutto nel 391), difesa che impegnò invece un discreto numero di esponenti della cultura neoplatonica, primo fra tutti il filosofo Olimpio, celebrato da Damascio nella Vita di Isidoro, e poi Ammonio, Elladio e, forse, lo stesso Claudiano, paganus pervicacissimus, che in quegli anni si trovava ancora ad Alessandria. Ciò confermerebbe l'intenzione di restare neutrale nel conflitto fra pagani e cristiani, e rivelerebbe una sorta di aristocratico distacco, tipico di una mente incline alla razionalità matematica, verso la religione delle masse e le pratiche di un culto che sconfinava nella magia e nella divinazione. Non a caso le fonti descrivono Ipazia come seguace di Platino, il neoplatonico meno compromesso con operazioni di questo tipo.

Ipazia, dunque, non era una "pagana d'assalto" come Olimpio, né una nemica giurata dei cristiani. Ma allora perché fu uccisa così barbaramente da un gruppo di fanatici cristiani, forse istigati dal vescovo Cirillo e che comunque facevano parte della sua guardia personale, i cosiddetti "parabolani"? Le fonti pagane (essenzialmente la Suda, che si basa per un quarto su Esichio di Mileto e per tre quarti sulla Vita di Isidoro di Damascio) non danno una risposta soddisfacente, limitandosi ad attribuire la responsabilità diretta dell'omicidio a Cirillo, senza approfondire le ragioni della sua ostilità verso Ipazia.

Maggior luce sull'episodio è gettata invece da alcune fonti patristiche, particolarmente Socrate Scolastico, giudicato da sempre l'autore del racconto più circostanziato e più attendibile. Ad esso si sono rifatti studiosi come Hoche, Asmus, Praechter, Lacombrade (di cui vedi anche il recente articolo scritto per il «Reallexikon für Antike und Christentum»), e sul resoconto di Socrate si basa anche la ricostruzione della Dzielska.

Correva voce, dice Socrate (H. E. VII, 15) che Ipazia, la quale esercitava una grande influenza sul prefetto imperiale dell'Egitto, Oreste, si opponesse alla riconciliazione fra questi e Cirillo. Così un giorno essa venne aggredita da una folla di cristiani esaltati, fatta a pezzi e bruciata presso il Cinarone. Da ciò derivò un grande biasimo su Cirillo e sulla stessa Chiesa di Alessandria. Gli antefatti dell' episodio sono ulteriormente chiariti dallo stesso Socrate (H. E. VII, 7 sgg.). Anche il prefetto Oreste era cristiano. Tuttavia egli cercava di opporsi alla politica di Cirillo.

Appena eletto, Cirillo si era eretto a difensore dell' ortodossia (cioè della sua visione del cristianesimo, che egli farà prevalere al Concilio di Efeso), opprimendo sia i dissidenti, come i novaziani, che gli adepti delle altre religioni, ebrei (che riuscì a cacciare da Alessandria) e pagani. Ciò rischiava di riaccendere' i focolai appena sopiti dopo i fatti del 391, generando gravi problemi di ordine pubblico, una sfera di competenza dell'autorità imperiale. Erano già sorti, per tale motivo, conflitti molto aspri fra Oreste e Cirillo. Oreste aveva fatto arrestare e torturare, su segnalazione della comunità ebraica, un agente provocatore di Cirillo. Come ritorsione cinquecento monaci, richiamati a tale scopo dal loro eremitaggio, avevano inscenato una violenta manifestazione contro Oreste, e uno di loro, Ammonio, lo aveva ferito con un sasso. Il prefetto lo aveva fatto torturare a morte, e Cirillo lo aveva' glorificato come martire, ribattezzandolo Taumasio.

Nella "guerra implacabile" (Socrate) fra Oreste e Cirillo, Ipazia doveva aver fornito a Oreste – queste le conclusioni della Dzielska – una sorta di appoggio politico. Sempre dall'epistolario di Sinesio risulta che Ipazia esercitava un notevole influsso su eminenti personalità politiche e militari. Molti dignitari imperiali erano stati suoi allievi, ed ella aveva contatti personali con esponenti della vita pubblica a Cirene, a Costantinopoli e in Siria. La stessa Suda parla di un andirivieni di personalità davanti alla sua casa: spettacolo, questo, che aveva suscitato l'ira di Cirillo. Servendosi dell'appoggio di Ipazia, Oreste doveva aver costituito un partito politico che si opponeva al vescovo di Alessandria.

Si delinea così uno scenario che vede non già o non tanto uno scontro fra pagani e cristiani, quanto uno scontro fra due fazioni cristiane: una intransigente ed "ortodossa", capeggiata da Cirillo, ed una rispettosa delle prerogative dell'autorità imperiale e tollerante verso le altre fedi, compreso l'ebraismo e lo stesso paganesimo. In questo scenario – destinato a ripetersi nel corso dei secoli – Ipazia aveva dunque una parte non secondaria. È chiaro, infatti, che essa era schierata dalla parte di Oreste, anzi – come sostiene l'A. – ne era il principale supporto politico. Le voci sul suo conto, riportate da Socrate, non erano dunque del tutto infondate. Ma l'ostilità di Cirillo nei confronti di Ipazia poteva avere anche altre origini.

Il più noto allievo di Ipazia, Sinesio di Cirene, era anche uno dei più importanti esponenti del platonismo cristiano, vale a dire di quella fase di "ellenizzazione acuta" del cristianesimo – fase che si prolungherà nel platonismo rinascimentale – che interpreta il dogma trinitario alla luce delle triadi neoplatoniche. Hadot ha dimostrato, in Porfirio e Vittorino, la dipendenza di entrambi, Vittorino e Sinesio, da Porfirio. Ma attraverso Porfirio Sinesio era entrato in contatto anche con gli Oracoli dei Caldei, uno dei testi chiave della tradizione platonica. L'influsso degli Oracoli su Sinesio, percepibile tanto negli Inni che nel De insomniis, è fortissimo, ed ha formato l'oggetto del minuzioso saggio di Theiler, Die chaldäischen Orakel und die Hymnen des Synesios, poi ripreso da des Places nella sua edizione degli Oracoli e da Garzya nella sua edizione di Sinesio.

Questa circostanza solleva un problema di non facile soluzione: di che natura era l'insegnamento di Ipazia? Era forse la stessa Ipazia all'origine di quel processo di platonizzazione del cristianesimo alessandrino che doveva costituire un secondo motivo di preoccupazione per un uomo .come Cirillo, che guardava con sospetto lo stesso Origene, giudicandolo più greco che cristiano? Le fonti (sempre la Suda via Esichio) attribuiscono ad Ipazia commenti a Diofanto, alle Coniche di Apollonio, e un'opera identificata con i Prochêiroi kanonês di Tolomeo. Poiché tale opera viene attribuita ad Ipazia, deve trattarsi della versione della stessa – l’unica forma in cui la possediamo – generalmente attribuita a Teone di Alessandria, ma che in realtà (secondo una ipotesi già avanzata da Usener e ripresa da Cameron) sarebbe frutto del lavoro della figlia. E poiché i codici attribuiscono ad Ipazia anche l'edizione del III libro della Syntaxis commentata dal padre, e i commenti a Diofanto e ad Apollonia sono in parte sopravvissuti nei commenti arabi il primo, e in quello di Eutocia il secondo, dovremmo possedere una buona parte della sua produzione scientifica.

Ma l’insegnamento di Ipazia era incentrato prevalentemente, se non esclusivamente, sulla matematica e sull'astronomia, o seguiva anche altri percorsi? La Dzielska, sulla scotta di A. Cameron (Barbarians and Politics at the Court of Arcadius, Berkeley 1993), sembra propensa a rispondere affermativamente. E in effetti, se il De dono di Sinesio riflettesse l'insegnamento di Ipazia non solo per ciò che riguarda la costruzione degli astrolabi, ma anche per ciò che concerne i rapporti fra astronomia e teologia, ne risulterebbe che la scienza degli astri, e quindi la matematica, è una disciplina preparatoria all'ascesi verso l'ineffabile, cioè verso la teologia dell'Uno. Se poi riflettessero l'insegnamento di Ipazia, sia pure solo in parte, anche gli interessi di Sinesio verso gli dèi tradizionali dell'Egitto (De providentia) e verso l'alchimia (in un'opera quasi certamente sua, indirizzata ad un sacerdote di Serapide in Alessandria), bisognerebbe concludere, come fa Cameron, che gli Oracoli dei Caldei dovevano rappresentare anche per Ipazia – come per gli altri neoplatonici – una specie di Bibbia.

Ma qui, evidentemente, sorge una difficoltà. Se l'insegnamento di Ipazia era questo, diventa difficile sostenere, come fa la Dzielska, che Ipazia e il suo circolo rimasero indifferenti di fronte alla distruzione del Serapeo. Tanto più che l'edificio ospitava nella sua cintura esterna anche una ricchissima biblioteca, "figlia" della più famosa biblioteca del Museo. Anche se si può escludere, dopo l'accuratissimo lavoro di E. A. Parsons (The Alexandrian Library, London 1952), che i libri andarono distrutti, è perlomeno certo che essi furono in gran parte trafugati. In ogni caso, l'offesa fatta non solo alla religione, ma alla stessa cultura pagana era troppo grande perché una. donna colta, intelligente e sensibile come Ipazia rimanesse indifferente.

È difficile, infatti, che la stessa donna -che si oppose a Cirillo potesse essere rimasta indifferente di fronte a Teofilo. Come' dice Giovanni di Nikiu, Cirillo non fece che portare a compimento l'opera di Teofilo. L'avvento di Cirillo deve aver spinto Ipazia a battersi perché non si ripetesse lo scempio perpetrato da Teofilo. Fortunatamente, non tutti i cristiani erano come Cirillo: esistevano uomini più aperti e più tolleranti, coi quali era opportuno schierarsi. Questa decisione, purtroppo, le fu fatale.

Il maggior pregio del libro della Dzielska sta nella stretta aderenza alle fonti classiche e alla letteratura scientifica, delle quali offre un esame pressoché esaustivo, facendo nello stesso tempo una utile opera di divulgazione delle stesse presso un pubblico più ampio di quello degli specialisti. Da ciò deriva probabilmente anche il suo unico difetto, quello della giustapposizione di "due" Ipazie. La prima, scienziata aristocratica e "plotinianamente" indifferente alle catastrofi terrene, sulla quale la tragedia sembra abbattersi come per caso. La seconda, politicamente impegnata contro l'intolleranza e coscientemente avversa a Cirillo. Tale difetto, evidentemente, deriva dal fondamentale dualismo delle fonti, che descrivono, da un lato, una Ipazia solo vittima (le fonti pagane), dall'altro, una Ipazia parte attiva nella vicenda (le fonti cristiane). È certamente una dimostrazione di serietà storiografica l'aver tenuto conto di entrambe le tradizioni. Tuttavia la leggenda, in questo caso, avrà sempre un indiscutibile vantaggio sulla storia: quello di averne scelta una.

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[pubblicato in: Elenchos. Rivista di studi sul pensiero antico, n. XVIII/2, 1997, pp. 416-21.]



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