6 settembre 2010

«Gli eroi e antieroi di Raymond Queneau. 'I fiori blu'» di Nicola D'Ugo


Raymond Queneau,
I fiori blu,
Einaudi, Torino 1984.
Traduzione di Italo Calvino.
277 pp. EUR 14.46
«Si avvicinò ai merli per considerare
un momentino la situazione storica.»
Raymond Queneau, I fiori blu (1965)

Vi sono vari romanzi del Novecento che raccontano storie di gente comune e di eroi. Per uno scrittore, alcuni di questi raccontano storie come altre, che si perdono nei rivoli delle possibilità delle nostre vite o delle nostre fantasticherie. A volte vorremmo ripetere le gesta di quel personaggio qualsiasi avviluppato di nebbie e oscurità, che una lucentezza improvvisa, una chiarezza natalizia, fatta di festoni e palle di Natale accese, rende invidiabile per un certo tepore che abbiamo conosciuto in un momento della nostra esistenza; a volte, più trasognanti, vorremmo essere quel tale eroe che compie gesta straordinarie e traccia un segno netto nella storia dell’uomo e delle sue possibilità. Questi due tipi di uomini e personaggi la critica letteraria, che si è autorizzata a descrivere la letteratura degli uomini, li ha voluti chiamare eroi e antieroi. Nel Novecento non vi sono solo gli antieroi (gli uomini comuni costretti dai loro limiti virtuali), ma anche gli eroi dell’antichità riproposti da certi gialli e da certa fantascienza, che i nomi di Maigret e Superman rappresentano in maniera esemplare. Questi eroi non sono invincibili, ma, come Achille, hanno una sorta di loro tallone, sia esso la kryptonite, o qualche pistolettata o beffa criminosa imprevista dal protagonista.

Al romanzo di Raymond Queneau I fiori blu (Les Fleurs Bleues, 1965) sono giunto tardi, nella traduzione per me postuma di Italo Calvino, uno scrittore razionalizzatore della realtà e della narrativa, al punto che un lettore come me si è dovuto chiedere: dove finisce Calvino e inizia Queneau?

Questa ipotesi di viaggio da lettore mi ha accompagnato nell’intero tragitto che dall’incipit del romanzo conduce alla sua fine. Dopo un po’, a forza di giochi di parole su giochi di parole, appariva evidente una certa vena queneauiana (o queneauesca) che forviava la lettura dai meccanismi della scrittura del celebre narratore italiano. I fiori blu apparivano allora un racconto divertentissimo vergato dalla penna maestra di un inventore di storie e situazioni inaspettate, cui l’interpretazione dei più grandi comici parlanti di questo secolo (Chaplin, Totò, Sellers, Benigni, de Funès) si sarebbe adattata in modo meraviglioso. Immaginiamo il protagonista, un duca del Duecento, che addormentandosi sogna di essere un pacato diseredato urbano che vive su una chiatta, il quale, addormentandosi a sua volta, torna ad essere il duca d’Auge. Due storie parallele che attraversano il romanzo, ma con protagonisti che, nello scorrere delle vicende e dei sogni (uno che sogna il futuro, l’altro il passato), si imbattono in luoghi comuni e assaporano bevande comuni. Prima o poi, rimanendo nella stessa situazione (è il caso di Cidrolin) o risalendo la Storia (è il caso del duca d’Auge), i due si incontrano nei tempi moderni. Alla fiducia nei propri mezzi dell’eroe medievale, impegnatissimo in avventure e ribellioni e alti consigli nobiliari, fa eco a futura distanza, come da una grotta della modernità, l’antieroe Cidrolin, immobile e sonnacchioso nella sua chiatta, come se non vi fossero speranze di innovazione nella vita dell’uomo contemporaneo. Tutta la realtà, così vivida nella penna di Queneau, non è che un sogno continuo, mentre la realtà vera, di chi non sogna, appare destinata a morire.

Da questo romanzo divertentissimo e ricco di critiche alla storia dell’uomo e alle sue etnicità sono state tratte varie interpretazioni (psicanalitiche, antropologiche, sociologiche e storiografiche). Si pensi solo alle figure femminili che attraversano il romanzo, dai calci nel sedere che si prendono le figlie del duca all’emancipazione di quelle di Cidrolin, ai comportamenti dei generi dei due protagonisti. Ogni episodio, anche apparentemente marginale, ha il pregio, oltre di suscitare ilarità, di contenere una critica delle ragioni umane, come nel caso di personaggi secondari, per esempio il giustiziere che pensa sempre e non sogna mai, il quale muore per il crollo di un edificio «in costruzione» (come il pensiero raziocinante). Se si tiene conto dell’assunto della filosofia di Cartesio, fondatore del razionalismo seicentesco («Je pense, donc je suis»: «Penso, dunque sono»), appare evidente il giudizio negativo indirizzato da Queneau a chi, ritenendo di esistere nella misura in cui pensa, si trova a lasciare campo alla vita di chi sogna, in un romanzo dedicato al sogno e all’immaginazione come costituto fondamentale d’ogni realtà duratura e d’ogni conquista e innovazione tecnica, artistica, tecnologica e giuridica futura.

Il romanzo di Raymond Queneau è uno dei più felici esempi di come l’estrosità della scrittura si sposi con l’assennatezza dello scrittore, mettendo in discussione gli schemi vigenti di una realtà che il linguaggio e gli stili fortunati e alla moda rischiano di fuorviare in seriosità vacue ed effimere e in pose da pennivendoli di mercato. Da un punto di vista politico, la retorica dei tanti fanfaroni delle tornate elettorali appare in un quadro più duraturo d’ogni contesto storico, nella straordinaria descrizione degli uomini di potere e dei loro meccanismi mentali, delle loro arroganze e gratuità malefiche nei confronti dei loro sottomessi. All’estetica e alla stilistica formidabili va aggiunto questo premio politico all’autore.

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[pubblicato in: Notizie in... Controluce, n. VIII/11, novembre 1999, p. 12.]