27 ottobre 2009

«'Mosca felice' di Andrej Platonov» di Nicola D'Ugo




Mosca Felice
Andrej Platonov
Adelphi
Milano 1996
Trad. di Serena Vitale e Ornella Discacciati
EUR 14,00
159 pp.
Isbn: 88-459-12426






Poetico e ricco di metafore ardimentose, tenero nel descrivere i moti del cuore e crudo nel registrare quelli dei sensi, Mosca felice (Sčastlìvaja Moskvà) di Andrej Platonov colpisce anzitutto per la svelta fluidità del linguaggio, l’agile snocciolarsi delle scene e una certa distaccata familiarità con cui ci trascina nelle dimore trasandate e nei campi ventilati a perdita d’occhio in cui si muovono i personaggi, con le loro intime riflessioni su quel mito culturale che fu l’uomo nuovo (novyj čelovék) nella Russia staliniana degli anni trenta. Scritto in quegli anni e pubblicato postumo dopo decenni di censura nel 1991, questo romanzo incompiuto ha il pregio di raccontare una gioventù diversa da quelle cui ci ha abituati la letteratura occidentale, da Woolf a Queneau, da Döblin a García Márquez, da Moravia a Oates, una gioventù che non è nata nel mito capitalista o nella sua opposizione, ma è cresciuta totalmente nella società sovietica, imbevuta dei sui miti, che si trova a confrontarli con le necessità della maturazione individuale.

Mosca Čestnova, una diciottenne cresciuta in orfanotrofio, è la congeniale protagonista della vicenda. Il primo ricordo infantile, che l’accompagnerà nella vita, risale alla rivoluzione d’Ottobre: un bolscevico inseguito e ucciso, quando lei aveva quattro anni. Tale ricordo, in una donna la cui situazione familiare qualifica come sradicata dal passato storico, senza alcun legame con i parenti, si dimostrerà, nel corso della vicenda, anch’esso un’illusione, un’interpretazione fantastica della bambina.

Lo scarto fra immaginazione e realtà è espresso da Platonov attraverso frasi lunghe e morbide, che, come piani differenziati, la sua abile penna inclina sapientemente, per far scivolare il reale nell’immaginario, l’immaginario nel metafisico, finché il metafisico si apre sul dubbio, al punto che una situazione non si impiglia o ingarbuglia nella successiva, ma si estende ad ampie pennellate, temperandosi in sensazioni, emozioni, sentimenti, come un composto chimico di passione e d’amore. Un tale processo della scrittura riflette il processo psicologico dei personaggi, di cui lo scrittore di Vorodež ci avverte fin dall’inizio, quando dice che il ricordo del bolscevico è come dimenticato dalla bambina, ma, in certi momenti, le riaffiora alla memoria, riflettendosi in un gesto condizionato, nell’interruzione di un’attività, in una sua più alacre esecuzione.

Mosca è una ragazza determinata, che ama le situazioni limite, come lanciarsi da un paracadute accendendosi una sigaretta. In ambito sentimentale, fa l’amore senza impegni secondo la propria interpretazione della vita comunista (per lei «l’amore non è il comunism»”, in quanto quest’ultimo è più duraturo e meno deludente), mettendo in crisi una serie di personaggi maschili, i quali, nella forma incompiuta del romanzo, assurgono a protagonisti, con il loro pensiero rivolto a una donna immaginaria, una sorta di emblema, un’illusione ossessiva e memorabile, né più e né meno della città che li ospita e che le ha dato il nome, con i suoi milioni di uomini, in cui un volto nella folla appare perfettamente irriconoscibile.

Il rapporto fra reale e immaginario presenta complicazioni, e non è un caso che Platonov ricorra spesso all’idea di estensione della Russia, una sorta di grandezza infinita, in cui la società stessa, più reale razionalmente delle prerogative egoistiche dell’individuo, finisce per essere razionalmente incomprensibile nell’esperienza quotidiana. D’altro canto, la realizzazione dell’uomo nuovo non pone al centro l’uomo del presente, così com’è, ma quello futuro, quale dovrebbe essere, in un domani fiducioso e incerto, legato ai piani quinquennali. L’uomo nuovo che il socialismo cerca di opporre a quella parte della storia antecedente che ha finito per arrestarsi, secondo la dottrina marxista, allo stadio del capitalismo ha il compito di indicare la strada anche a quei Paesi che prima o poi diventeranno comunisti. In quest’ottica i protagonisti cercano di ampliare i propri orizzonti, migliorare le proprie destrezze e metterle a disposizione della collettività, a costo, come capita loro, di diventare asociali.

Božko, Sambikin e Sartorius sono personaggi proletari e prestaliniani, che vivono in un’ottica più ampia di quanto gli venga richiesto dal sistema politico: Božko, geometra trentenne, coltiva attraverso l’esperanto una corrispondenza a distanza con popolazioni e culture diverse; il medico Sambikin, ventiseienne, cerca di scoprire in laboratorio il modo di rendere l’uomo immortale; Sartorius, ingegnere di belle speranze, vuole migliorare l’economia del proprio Paese, inventando una bilancia. Questi impegni dedicati agli altri fanno perdere contatto con le necessità primarie dei protagonisti, che vengono considerate egoistiche, poiché escludono la condivisione. Mosca, la ragazza ideale di cui i protagonisti sono innamorati, li pone di fronte al dubbio fra l’impegno sociale e il piacere personale, fra il bene comune e l’amore, fra un’azione pubblica e un’emozione privata. Benché ne abbiano viste di tutti i colori, questi giovani devono ancora maturare, come dice Platonov riferendosi a Sartorius. Le vicende prendono allora la piega del “romanzo di formazione”, quale ridefinizione del rapporto dei personaggi con un contesto sociale avvertito come sgradevole.

Il romanzo, edito in Italia da Adelphi, sviluppa molti temi della tradizione russa, come quello della gioventù, dello spazio domestico, delle relazioni interpersonali, del viaggio e del superamento dello morte naturale di Fëdorov.


[pubblicato in: Notizie in... Controluce, n. XIV/9, settembre 2005, p. 30.]

 

—>> Altri interventi di Nicola D'Ugo